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Ancora sul Caso Yara Bossetti, i nostri dubbi si amplificano.

14 Gennaio 2017, riprendo per la quarta volta ilcaso Yara, con dubbi granitici.
Qui sotto, ci sono anche 3 commenti, scritti sul caso, dove i miei dubbi si stanno ormai tracimando dal vaso. Insomma, non sono un criminologo ,ma un esperto di neuroscienze del comportamento, ma ormai è impossibile credere alla riscostruzione dei fatti come emergono dalla procura di Bergamo. Ho atteso molto perché non disponevo di dfati importanti di analisi ma da settimane questi tasselli si stanno ricomponendo e i miei dubbi sempre manifestati nei 3 o 4 post oggi sono ormai delle quasi certezze. Voglio dire, sarà stato Bossetti ma occorre una narrazione (ricostruzione) dello scenario omicidiario molto differente.

Una premessa sempre sostenuta da me e molti altri: il Dna test è una prova a discarica di un indagato, mentre in caso opposto è sempre e solo un indizio di presenza dell'indagato sulla scena del crimine o in un ambienbte comune e basta; quindi è solo un indizio e mai una prova.

Il Dna mitocondriale non identifica una persona, ma indica la sua linea materna. Tramite il Dna nucleare si era già risaliti al padre di Ignoto 1, l'autista di Gorno morto nel 1999. Il presunto killer era suo figlio illegittimo per forza, perché i due figli legittimi non corrispondono a Ignoto 1. 
Ma questo non si trovava. Quindi è stato messo in opera il tentativo di arrivarci attraverso la madre con il Dna mitocondriale. Sono state selezionate 532 persone, sopratutto donne, che dalla Valle Seriana (zona dell'autista) si erano trasferite nella zona dell’omicidio. I loro Dna mitocondriali sono stati confrontati con il Dna mitocondriale di Ignoto 1. O almeno così si riteneva. 
Esito: nessuna era la madre. Dentro, però, c’era Ester Arzuffi, la mamma di Massimo Bossetti. Perché? Il consulente del pm, nella relazione depositata di recente, ha indicato che il confronto in realtà era stato compiuto con il mitocondriale di Yara. E che quello mitocondriale di Ignoto 1 non corrisponde a quello mitocondriale di Bossetti. 
Quindi o è un errore, o è il suo ma è stato coperto da quello di Yara, o potrebbe esserci un Ignoto 2. Questa, secondo la difesa, è la prova che l'assassino non è lui. Non è così per l'accusa secondola quale il Dna nucleare (quello identificativo e dunque certo scientificamente) colloca l'indagato sulla scena del delitto. 


Abbiamo sempre pensato che c’erano solo due tracce di dna misto (assassino/vittima) su Yara. E invece no, ce ne sono tante. Tante piccole tracce. Tutte con le stesse caratteristiche: nel dna nucleare più Bossetti che Yara, nel mitocondriale solo Yara e un dna sconosciuto. Comè possibile, in ogni caso, questa discrepanza?
Lo chiediamo ad un numero uno della genetica italiana, Marina Baldi: “Pensate questo, che il dna, anche quello mitocondriale, è molto resistente. In letteratura, quando si tratta di tracce miste, dobbiamo trovare sempre, sia nel nucleare che nel mitocondriale, presenza di entrambe le persone. Qui no, tuttavia il dna mitocondriale potrebbe essere davvero di uno sconosciuto.

Ora aggiungiamo l'osservazione fondamentale da fare riguardo ai due tipi di dna
-il dna mitocondriale si trova dentro la cellula, possiede un suo involucro e ne esistono migliaia di particelle dentro ogni singola cellula, pertanto sappiamo che è molto presente nei liquidi di contatto e diffusione del nostro corpo, e ancora più importante, è molto resistente alla sua degradazione ambientale (calore, luce, umidità, acqua e sostanze chimiche).
-il dna nucleare, è quello che determina il vero corredo cromosomico, cioè i 46 cromosomi umani; è un dna che si trova solo dentro il nucleo della cellula, che una volta rotto, si diffonde dentro i liquidi tessutali che rinveniamo come tracce sul corpo di chi entra in contatto con la persona o che rinveniamo come tracce miste, in cui i due dna nucleari e anche mitocondriali sono compresenti nelle stesse tracce.
E' però un dna meno resistente di quello mitocondriale, perché non è avvolto da altro che da materiale proteico attorno ai geni, e racchiuso dalla membrana nucleare, quindi quando si diffonde nei tessuti, tende ad essere privo di proteine di protezione, e sappiamo che la sua degradazione sulle tracce esterne, è soggetta a una tendenza praticamente doppia, del mitocondriale.

Ora, qual'è il punto? 
Che quando rinveniamo dellle tracce di dna su un corpo (specie se cadavere) e specie se dopo molte settimane di intemperie, è praticamente impossibile trovare tracce miste da cui si isola un dna nucleare senza trovare con maggior facilità dna mitocondriale sulle medesime tracce, oltretutto miste (cioè con proteine sia del cadavere che di altro soggetto).
Sappiamo da pochi ma validi studi, che il Dna essendo praticamente una proteina complessa, tende a denaturarsi, a degenerare ad un ritmo temporale di tipo esponenziale, naturalmente in dipendenza di calore, umido, sostanze chimiche e inquinanti vari, quindi con molta variazione, da valutare caso per caso.
Ora, è possibile dopo 3 mesi, rinvenire sul corpo quasi mummificato di Yara dna nucleare di qualcuno? si ma allora, a fortiori, si deve rinvenire della medesima persona denominata Ignoto1, abbondante dna mitocondriale, per quanto sopra si è detto.

Dov'è il problema? Che il dna mitocondriale di Ignoto1 non si è trovato proprio per niente, mentre si è trovato abbondante (si dice) dna nucleare del medesimo.
Cambia qualcosa, riguardo l'individuazione di Ignoto1? In pratica si potrebbe dire di no, ma (come esplicitano anche i Ris), esistono anomalie, proprio per l'assenza di tracce di Mitdna di Ignoto1 su Yara.

C'è un modo per spiegare una simile anomalia, peraltro anche accennata nel primo reperto effettuato dai Ris?
L'unica che viene in mente e la più comune nella conoscenza di altri casi e situazioni, è la contaminazione della traccia 31G20, quella mista che ha incastrato Ignoto1 nella figura di Bossetti, con materiale di chi ha agito su tale traccia.
>Questo spiegherebbe la presenza anche della traccia non identificata pienamente, denominata Ignoto2, di tipo solo mitocondriale.
Fine










Sono giorni agitati, nell'inchiesta per la morte di Yara Gambirasio. Un caso che doveva essere già chiuso, nella certezza con cui venne presentato all'opinione pubblica il colpevole, l'artigiano edile Bossetti. Che invece si è complicato, per il semplice fatto che Bossetti non ha confessato, dicendo quello che qualunque innocente avrebbe detto al suo posto: di non sapersi spiegare come il suo dna fosse finito sul corpo della povera ragazza. E adesso i difensori rendono nota la perizia del Ris, il reparto iperscientifico dei carabinieri. Un tomo gigantesco, in alcune parti apparentemente contraddittorio. Che in alcuni passaggi conferma le certezze dell'accusa, ma in altri sembra insinuare il dubbio su altri passaggi cruciali della catena di molecole che tiene imprigionato Bossetti. «Una logica prettamente scientifica, che tenga conto dei non pochi parametri che si è tentato di sviscerare in questa sede, non consente di diagnosticare in maniera inequivoca le tracce lasciate da ignoto 1 sui vestiti di Yara», scrivono i carabinieri.
A traballare sarebbe la piena sovrapponibilità delle tracce biologiche lasciate sugli abiti del corpo riemerso dal campo di Chignolo e quelle prelevate a Bossetti: soprattutto perché viene messa in discussione la validità del campione iniziale, inevitabilmente sciupato dal tempo trascorso tra la morte della fanciulla e il suo ritrovamento. Scrivono i Ris: «Lo studio analitico dei reperti oggetto della presente indagine è stato reso particolarmente difficile dal cattivo stato di conservazione degli stessi e dalla oggettiva complessità dei susseguenti esiti di laboratorio, non sempre ben interpretabili in ragione dell'elevato livello di degradazione biologica delle tracce presenti». E ancora: «L'esposizione prolungata del corpo di Yara alle intemperie ed alle ripetute precipitazioni di carattere piovoso e nevoso ha indubbiamente procurato un dilavamento delle tracce biologiche in origine certamente presenti sui suoi indumenti riducendone enormemente la quantità, compromettendone la conservazione e modificandone morfologia e cromaticità, tutto a svantaggio di una corretta interpretazione» «Purtroppo non è semplice valutare né riprodurre sperimentalmente- con assoluto rigore scientifico - quanto la degradazione del materiale biologico su questi reperti possa aver influenzato 1'attendibilità dei test effettuati».
Certo, sull'altro piatto della bilancia - e a convincere il giudice Ezia Maccora a rifiutare anche dopo la perizia la scarcerazione di Bossetti - c'è la certezza con cui, 21 marcatori su 21, si torna a dire che il liquido negli slip della vittima è quello di Bossetti. Ma nella loro istanza gli avvocati puntano a evidenziare la contraddizione tra i dubbi delle premesse e la nettezza delle conclusioni. Basta, questa contraddizione, a far vacillare il castello? Ieri sera, tra gli inquirenti, si mostra serenità. «21 marcatori su 21 vuol dire una possibilità di errore su miliardi», ricorda uno di loro. Ma, per ogni dubbio della perizia, si annunciano battaglie infinite quando finalmente Bossetti verrà portato in Corte d'assise. Battaglie sul dna, e anche sulle celle telefoniche: che, dice ieri la difesa, raccontano anch'esse una verità diversa da quella dell'accusa. Quel giorno di novembre, il telefono dell'artigiano non era a Mapello, dicono, ma a Brembate.
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Nel video  sotto, trovo alcuni dati sicuramente importanti, non condivido il tono di scetticismo e di ironia sulla pm del caso, che a mio avviso ha fatto molto, forse anche troppo per assicurare un colpevole, e sappiamo che in questi casi si finisce in un tipo di pensiero ormai ben studiato ed identificato: la monorotaia, ad indicare che tutti i segni, dati e fatti, da un certo punto in avanti, sono utilizzati per confermare una ipotesi e non si considerano più quelli a discarica (obbligatori per chi conduce le indagini). 
Le asserzioni del super carabiniere del Ris, come lo definisce nel suo polemicissimo articolo il giornalista (ex scrittore di testi per il PdRC, poi passato a una serie di testate e abituato a trattare di tutto, dalle teorie inflazionarie dell'universo ai casi scottanti di cronaca), di aver eseguito un volere della procura, confezionando un filmato del veicolo del Bossetti, del tutto inattendibile e falso, è una prova non solo del livello di integrità, indipendenza e professionalità del Ris, da una decina di anni sempre in via di scadimento, ma del fatto che la procura sta giocando sul caso Bossetti una guerra senza quartiere, che se sarà facilmente vinta in primo grado, meno facile sarà in Assise e ancor meno in Cassazione.
Ricordo il principio del libero convincimento del giudice (in base alle prove portate) e della condanna aldilà di ogni ragionevole dubbio. 
Che un giudice abbia condannato in primo grado, non fa concludere che il ragionevole dubbio sia stato ben superato, anzi, è proprio sull'OLTRE OGNI RAGIONEVOLE DUBBIO che si configura una sentenza di riforma, proprio per l'aderenza al principio di civiltà, che trae origine nella millenaria Habeas Corpus, a tutela dell'integrità di ciascun individuo.
Inoltre, Bossetti è stato per molti anni libero, e non si capisce quali pericoli potrebbe costituire per la collettività o inquinamento delle prove. Anche la fuga, non solo non sembra possibile, ma se accadesse, sarebbe una prova, finalmente che lo inchioderebbe.
Quando il nostro vecchio professore di filosofia del diritto ci parlava dei principi anglosassoni, ci diceva che il giudice (o giuria popolare) non sono affatto liberi di formare un qualsiasi convincimento, in quanto debbono seguire la legge, e assolvere se non ci sono prove o indizi convincenti oltre il ragionevole dubbio.
Inoltre, dal momento che la giustizia è fatta dal popolo, non si possono avere due o più sentenze discordanti sul medesimo caso, perché il popolo emette un solo giudizio e se questo per analogia è  stato emesso 100 anni prima, si applica al caso in esame.

La domanda che la giuria popolare si deve porre è: mandiamo questa persona sulla forca in base a quello che abbiamo sentito nelle sedute di processo? Si, se le prove sono talmente schiaccianti da non poterne fare a meno, negli altri casi la risposta deve essere NO! 
Dove sono le prove della colpevolezza del Bossetti? I 21 loci del suo Dna, si dirà. Ma basta questa evidenza chimica da sola, anche tenedo presenti le amplificazioni fatte e la pochezza delle tracce trovate?
Esistono testimoni attendibili, ripeto, attendibili? No
Esistono filmati di videocamere che lo riprendono nei luoghi? No
Ci sono piste alternative a quelle del Bossetti? Certo, si, yes, yeah!
La ricostruzione del crimine è univoca e certa? No
Il momento dellla morte della vittima è certo, entro il solito range? quasi
Coincide con gli indizi sui movimenti del Bossetti? Mica tanto, voglio dire, non più di quanto coincide per tante altre persone prese a caso, in quei posti.
Sul corpo e abiti della vittima c'è dna di persone non della famiglia? Si, Yeah, specie e in grandi quantità, riferibili a personale della palestra.
E da ultimo: la personalità premorbosa e attuale del Bossetti collima con quella dell'assalitore? No, no, no! Neanche per sogno, ovvero, non più della mia e di chi indaga sul caso e difende il Boss.




Ripeto, Bossetti non è una personalità psicopatologicamente affetta da disturbi di un qualche rilievo, non è un assuntore di sostanza, non spese pazze, non comportamenti impulsivi e da discontrollo di alcun rilievo. Non ha mai incontrato la giustizia prima di allora, meno che mai per storie di pedofilia (perché il caso Yara è una storia di pedofilia e non solo, anche di ritualismo e ossessività) e quindi non si sposa con la figura personologica del possibile autore del crimine.

E' praticamente priva di ogni riscontro la ricerca che ho fatto per trovare un serial killer o anche un caso in cui un aggressore tortura la vittima con una serie di colpi non mortali, traccia sulla schiena dei segni, in un campo di sera tardi, per poi rivestire la povera vittima, lasciandola a morire di stenti e di freddo, lasciandosi sfuggire delle tracce biologiche sue.
Rivestire la vittima ha senso solo in base ad un offender seriale e rituale, che non sappiamo se è stato all'opera nel caso Yara, ma sappiamo che a meno di una contraffazione e messa in scena ben riuscita, certamente l'ossessività, la spinta pulsionale e l'attrazione pedofiliaca era ben presente dentro la mente dell'offender.

-La professoressa Cattaneo ha quindi parlato di ferite da "armi da taglio" delle quali una sola ferita "di punta e taglio" sotto la mandibola. Ferite presumibilmente causate da un coltello. "Con ogni probabilità - ha detto - Yara è stata colpita con una lama molto affilata, da vestita. C'è piena corrispondenza tra diverse lacerazioni degli abiti e le feriti sottostanti sul corpo".-

Il problema cani molecolari. Non ho mai creduto che tre cani molecolari, di cui uno è praticamente un campione mondiale del suo genere, si possano sbagliare clamorosamente finendo alle soglie di un cantiere, che la pm signora Ruggeri attesta:
il cantiere di Mapello non c'entra niente, ormai lo sappiamo da tempo. (dichiaraz. alla stampa e tv).
 Non ho mai creduto che esperti ricercatori, e almeno  tre di loro erano all'opera, non trovino un corpo, in mezzo a un poco di erba e fango. Ho ben presente una intervista a uno di loro, una persona ben accreditata in tale lavoro, asserire che il corpo non c'è (nel campo di Chignolo), se ci fosse l'avremmo trovato.
Sono da sempre del parere che il corpo di Yara sia stato al famoso  cantiere, morto o vivo e che solo in un momento successivo sia stato trasferito nel campo, a molti km di distanza dal cantiere. Questo lo pensavo prima e ancora oggi, tanto più se fosse vero che il corpo è stato realmente rivestito, perché allora assumerebbe tale atto, un significato ulteriore.

Ecco come potrebbe essere andata la storia:
un balordo, assieme a un altro, si avvicina alla ragazzina, la tira in macchina e si dirige verso il cantiere, dove probabilmente la vittima è sottoposta a pratiche sadiche e lasciata morire. Ecco perché non si vede il furgone del Bossetti.
Tempo dopo, quando tutto si calma un poco, dopo averlo rivestito, trasporta il corpo al campo  dove sarà rinvenuto casualmente.
Questo spiega anche perché, ad onta di tutto, dell'ambiente umido e dell'acqua, il corpo sia ritrovato in stato di parziale mummificazione.

Il secondo scenario potrebbe essere più vicino a quello previsto dal video sotto, ma naturalmente se così fosse, saremmo nella situazione di sconcerto ulteriore, perché l'eliminazione di persone a contatto con la ragazzina, sarebbe stata fatta in modo errato, mentre invece erano ben presenti e proprio nella scena del fatto, che non può però essere dovuto come nel video si dice, ad una lite oppure ad una  caduta con colpo alla testa, perché sappiamo cosa emerge dall'autopsia.




L’avvocato e il supercarabiniere, Claudio Salvagni e Giampiero Lago: un duello spettacolare. Nella giornata più importante del processo (fino ad oggi), Salvagni e Lago stanno discutendo di una prova decisiva: un filmato visto in tutte le televisioni, in tutti i programmi, in tutti i notiziari, quello in cui i carabinieri hanno montato i fotogrammi ripresi dalle telecamere di sorveglianza, in cui a detta degli inquirenti (fino ad oggi) appariva il furgone di Massimo Bossetti che gira freneticamente intorno alla palestra di Brembate la sera in cui è scomparsa Yara. 
Si è detto tante volte, lo hanno spiegato gli inquirenti: «È il predatore che si mette in caccia della sua preda». È una immagine che ha colpito molto, chiunque, anche me. Una di quelle che ronzano nella testa di chi è convinto che Bossetti sia un mostro che andava in cerca delle bambine, come i pedofili dei film. È il filmato che ha fatto litigare in carcere Marita e Massimo: «Tu quella sera erì li! Ti ho visto con il furgone! Che cosa facevi?». Anche lei aveva visto il filmino dei Ris e lo aveva creduto vero. Ieri ho scoperto dalla bocca del supercarabiniere più importante d’Italia due cose stupefacenti. La prima: che quel documento è stato confenzionato dai Ris e diffuso ai media, ma che incredibilmente non compare nel fascicolo processuale. E subito dopo ho scoperto un secondo elemento che non so come definire altrimenti: questo filmato, immaginifico e decisivo, è un falso. Un filmino tarocco.
Tenete a mente questo botta e risposta, poi ci torniamo: 
- «Colonnello Lago, abbiamo visto questo video proiettato migliaia di volte. Perché se adesso lei ci dice che solo uno di questi furgoni è stato effettivamente identificato come quello di Bossetti?».
- «Perché dice questo, avvocato?».
- «Perché, colonnello, sommare un fotogramma con il furgone di Bossetti con un altro fotogramma di un altro furgone è come sommare pere e banane!».
- «Questo video è stato concordato con la procura a fronte di pressanti e numerose richieste di chiarimenti della circostanza che era emersa».
- «Cosa vuol dire colonnello?»
- «È stato fatto per esigenze di comunicazione. È stato dato alla stampa».

La risposta di Lago mi lascia di stucco. Pensateci per un attimo. Giampietro Lago, il superpoliziotto, il comandante del Ris, l’uomo che dopo Luciano Garofalo è diventato il numero uno di tutte le indagini scientifiche coordinate dai carabinieri in Italia, sta dicendo che una delle immagini più suggestive di questo processo è stata assemblata dai suoi uffici non per dimostrare una tesi, o per documentare una verità, ma per condizionare i media con elementi di cui già si conosceva la non autenticità. Incredibile. Guardo Lago sul banco dei testimoni, con la sua montatura leggera, il vestito scuro, la cravatta, il tono cattedratico del carabiniere che parla come se fosse un professore universitario. 
Lago viene ascoltato, e sta raccontando dell’inchiesta sul delitto Yara, nell’aula di Bergamo, da tre lunghi giorni: nove ore solo venerdì pomeriggio. Un tempo infinito, soporifero, incomprensibilmente dilatato. Assisto per tutta la mattinata di venerdì alla sua deposizione, e penso che quasi quasi mi sta convincendo. Non per efficacia persuasiva: per sfinimento. Quando alle ultime battute del terzo giorno gli avvocati delle parti civili gli fanno delle rispettose domande, l’aula mormora di panico perché teme altre risposte prolisse, autorevoli e vacue: tutti guardano l’orologio. Tuttavia, in questi tre lunghi giorni, Lago mi ha quasi convinto dei capisaldi della sua tesi: 
1) che le fibre del sedile del furgone di Bossetti sono inequivocabilmente sui vestiti di Yara 
2) che il Dna è quello del muratore di Mapello
3) che sugli stessi panni ci sono delle minuscole sferette di metallo che quasi sicuramente provengono dal furgone di Bossetti.

Poi improvvisamente la fiammata arriva il controinterrogatorio e, in un solo pomeriggio, il lavoro persuasivo di tre giorni crolla come un castello di carte, proprio per via di questo bombardamento di Salvagni. L’avvocato comincia chiedendo pazientemente come sia identificato il furgone di Bossetti. Poi chiede in quali fotogrammi Lago sia inequivocabilmente certo che il furgone sia quello. Ed è a questo punto che il colonnello commette il suo vero passo falso, ammettendo che nella maggior parte dei fotogrammi non c’è nessuna certezza che sia il suo.
 Il resto è una scena così veloce che la maggior parte delle persone, nel pubblico, non si rende conto di cosa stia accadendo. Salvagni fa collegare lo spinotto del computer al monitor dell’aula e trasmette quel video. Lago inizia a discuterne. E fa quelle incredibili ammissioni.

A questo punto, mentre gli avvocati stanno gridando mentre le voci degli avvocati Salvagni, Camporini e del colonnello si sovrappongono si alza il pubblico ministero Letizia Ruggeri: «Presidente, questo video non è nella relazione che abbiamo consegnato! Presidente!!!». E Camporini, girandosi di lato: «E allora?». La Ruggeri, arrabbiata: «Non è nel fascicolo, non lo potete mostrare in questa aula». Risposta: «Lo avete fatto voi! È un vostro documento». La Ruggeri: «Non è nel fascicolo!». Putiferio. Camporini: «Chiedo che sia messo a disposizione della Corte l’intero materiale acquisito con le telecamere di videosorveglianza!». A questo punto interviene la presidente Bertoja che, in qualche modo, accetta le obiezioni del Pm: «Se non è nella relazione del Ris non ci interessa minimamente».

Adesso: se dal punto di vista processuale questo può avere un senso, questo significa solo che bisognerebbe acquisire subito agli atti quel video. Ripenso infatti alle parole di Lago: «Il video è stato concordato con la procura a fronte delle numerose richieste di chiarimento». Tradotto in parole povere: siccome bisognava convincere la stampa della colpevolezza di Bossetti, «per fini di comunicazione» i Ris hanno «confezionato» quel video. Il Reparto fiction che serve a smussare i dubbi dei giornalisti? Sono sempre più perplesso, quando il controinterrogatorio arriva alle famose sferette. Lago, la mattina, con i suoi tempi, quando nessuno gli faceva domande, ci aveva spiegato questo: c’erano tante microparticelle ferrose, presenti sui vesti di Yara «centinaia» al momento dei ritrovamento del corpo, secondo lui provenivano dal furgone di Bossetti.

Per farlo è partito alla sua maniera spiegando cos’è un microscopio elettronico, come funziona, le unità di misura… Ci ha spiegato che «le sferette», «hanno forme ben precise», che sono «tipiche delle attività antropioche che hanno a che fare con il ferro». Che «sui sedili del furgone di Bossetti di queste sferette ce ne sono migliaia». E poi ha aggiunto un dettaglio che dovrebbe conferire un crisma di indubitabile scientificità all’inchiesta: per capire se Yara poteva avere o meno sul suo corpo queste benedette sferette di metallo, i Ris sono andati a prendere addirittura quattro studenti di terza media di una scuola di Parma, che hanno più o meno la stessa età e la stessa vita che aveva Yara, li hanno testati con gli stessi strumenti, e hanno scoperto questo: su di loro solo due hanno addosso quattro sferette. Gli altri due ne hanno zero. Conclusione del professor-colonnello Lago: «La cosa più probabile è che queste centinaia di sferette sui vestiti di Yara arrivino dalle migliaia di sferette sui sedili di Bossetti». Chiaro, no?
E invece, poi, in un pugno di minuti, ancora una volta il controinterrogatorio di Salvagni ha effetti devastanti sulle certezze dei Ris. «Colonnello, i quattro ragazzi che avete esaminato sono stati scelti con criteri statistici?». Lago fiuta la trappola: «Io non ho mai parlato di criteri statistici». Ma questo è un dato che lei ritiene statisticamente significativo?». E il colonnello: «No, non è significativo statisticamente». Salvagni: «Ma voi avete fatto questo stesso esame delle sferette sugli abiti della sorella di Yara, su quelli dei genitori?». Risposta: «No, non lo abbiamo fatto».
Salvagni: «I ragazzi esaminati venivano dal vostro territorio?». Lago: «Dal parmigiano, sì». L’avvocasto di Bossetti, osa, e fa centro: «Appartenenti all’arma?». Lago: «Sì, parenti di appartenenti all’arma». Salvagni: «Avete verificato se ci sono acciaierie sul territorio?». La presidente si spazientisce: «Sarebbe stata una perdita di tempo!». E invece quello che capisco da questo controinterrogatorio è clamoroso, e si ripeterà pari pari anche sulle famose fibre dei furgoni. I Ris non hanno cercato dei ragazzi che frequentavano ambienti simili, ma sono andati, per comodità, a prendere qualcuno vicini alla loro sede: ma è ovvio che a Carrara i ragazzi avranno più probabilità di avere addosso polvere di marmo, così come è chiaro che a Dalmine potrebbe essere più facile avere residui ferrosi. Domanda chiave dell’avvocato: «Avevate a disposizione la macchina della famiglia Gambirasio, avete fatto un test su quei sedili?». Risposta di Lago: «No». Altra domanda: «Avete preso in considerazione dei muratori?». Risposta laconica: «No». Ancora l’avvocato:«Avete esaminato il furgone della palestra?». Risposta del supercabinieire: «No: è stata fatta un’altra scelta investigativa. Stavamo seguendo la ragazza». Salvagni: «Ma dopo avete controllato?». Risposta: «No. Sarebbe stato interessante, dal punto di vista investigativo. Ma dal punto di vista delle risorse…». Mi chiedo: ma se si tratta di ferro, l’assassino non potrebbe essere un fabbro, o un tornitore?

Chiudo il taccuino e penso: in una inchiesta costata un paio di milioni di euro in cui si è risaliti al Dna di Batta Guerinoni nell’anno di grazia millessettecento, il supercarabiniere è andato ad esaminare dei ragazzi a Parma, ma nessuno ha avuto l’idea geniale di fare l’esame sulle fibre e sulle sferette delle macchine che Yara frequentava tutti i giorni. E nessuno ha pensato di esaminare l’unico furgone che è stato sicuramente avvistato da testimoni a Brembate, la sera della scomparsa. Forse non sarebbe emerso nulla. Chissà. Ma me ne vado da Bergamo pensando ai tre lunghi giorni di deposizione di Lago, e al video tarocco: essere noioso, quasi mai significa essere autorevole. Ma in questo caso significa sicuramente non esserlo.
di Luca Telese

Riporto i 3 commenti cui accennavo all'inizio:

C'è tutta una storia sul tipo di impresa che lavorava al famigerato cantiere di Mapello, che si collega in parte con fatti relativi alla caser.a dei c. Poche ore prima della scomparsa di Yara c'era stato il suicidio in caserma dove iniziano poi le indagini di Y., di un ufficiale. Del fatto nessuno ha poi approfondito giornalisticamente, e in seguito altro suicidio di una nota signora, legata a certi ambienti, e di cui anche qui, non sappiamo poi nulla. Abbiamo sempre ritenuto che i cani molecolari non si sbagliano, e se vanno a finire a Mapello, vuol dire che quel luogo è implicato nella faccenda Yara, senza dubbio. Nessuno poi crede che >Yara sia stata uccisa nel campo dove fu ritrovata, quindi, basta trarre conclusioni elementari. >Mentre la pm dichiarò che il cantiere di Mapello non c'entra nulla, in modo netto e senza possibilità di confutazione. Ci sono poi altre cose interessanti, sempre legate a luoghi vicino a quelli della sparizione e ritrovamento, basta girare per il web e uno si fa un'idea. saluti



Aggiungo qui, che non sono un criminologo, ma un esperto di comportamenti violenti, secondo la scuola americana, limitatamnte alle caratteristiche di personalità e ambientali. Il Bossetti secondo questa prospettiva, non è né un seriale, nè una personalità particolarmente incline ad aspetti morbosi, e comunque incline ad atti di discontrollo comportamentale, in base a quanto si conosce della sua vita prima del fatto imputatogli. Questo non esclude che il fatto sia a lui ascrivibile, ma ciò non toglie che sulla base degli studi personologici, il Boss ha teoricamente una probabilità di discontrollo degli impulsi praticamente pari a quella media. In altre parole, clinicamente e comportalmente, il Boss. è una persona "normale" sotto il profilo del controllo degli impulsi sessuali, salvo un raptus imprevedibile e unico, del tutto inspiegabile in condizioni di normale vita quotidiana (cioè in assenza di stressors particolarmente pressanti e incisivi). Quindi la domanda è: il Boss, ha un profilo di sexual offender? Risposta: NO! E' una personalità comune e normale. E' possibile che sia autore di un omicidio tanto efferato? No, salvo il caso di un raptus del tutto inspiegabile ma solo possibile in linea teorica. Come si spiega il Dna su slip Yara? Non lo so, ma credo che dalla leccata di francobollo, al passaggio sul dna mitocondriale (matrilineare), ci possano essere effetti di amplificazione genica che conducono a possibili distorsioni nelle sequenze di una base. Alfredo Lorenzi, neurosc. del comportamento.

C'è stato un caso che ho avuto modo di ripercorrere molto bene, quello di Christian Ranucci, penultimo condannato a morte e decapitato ufficialmente dal boia dell'epoca. Siamo nel 1974, Ranucci è fermato a seguito di uno stranop incidente d'auto, e da lì, la PM del caso, lo perseguì in modo spietato, fino alla sua condanna, eseguita nel 1976, quando Ranucci aveva da poco i suoi 22 anni. Posso dire che oggi, la situazione sarebbe molto più favorevoli a Ranucci, e probabilmente non sarebbe stato condannato. A parte che a seguito del suo caso, nel 1981, la pena di morte fu abolita in Francia. Se leggerete il Pull-over rouge, vi farete un'idea...
https://fr.wikipedia.org/wiki/Affaire_Christian_Ranucci



sABATO 8 GENNAIO 2011


Yara: questore, la riporteremo a casa. Tra le piste quella del furgone

Bergamo, 8 gen (ANSA/TGCOM) - Per noi quello di Yara non e' piu' un caso di polizia giudiziaria, e' qualcosa di piu'. Noi lavoriamo perche' vogliamo riportare a casa Yara, e ci riusciremo, basta un pizzico di fortuna''.
Lo ha detto il questore di Bergamo, Vincenzo Ricciardi, in Tv. 'Non abbiamo testimonianze di qualcosa di preciso - ha aggiunto riferendosi al momento della scomparsa di Yara - l'unica cosa certa e' che la ragazzina non si e' allontanata spontaneamente'. Nel frattempo il questore di Bergamo ha confermato che tra le piste seguite c'è anche quella che fa riferimento a un furgone che avrebbe pedinato altre ragazzine nella zona.
http://www.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-19c8cb21-e75b-4334-9b10-78c3fe944bf9.html

Il questore Ricciardi era persuaso, almeno secondo le sue dichiarazioni ripetute fino a poco prima del ritrovamento, di poter riportare Yara a casa, viva.

http://www.oggi.it/attualita/notizie/2011/02/26/yara-gambirasio-ritrovato-il-suo-cadavere-a-pochi-chilometri-da-casa/






Proprio nei giorni in cui esce il suo libro (Le fondamenta della città. Come il Nord d’Italia ha aperto le porte alla ‘ndrangheta, Mondadori), il giudice Giuseppe Gennari – recentemente agli onori delle cronache per il caso Kaleidos-Cdo – vede ribaltata una sua importante decisione presa nelle aule del tribunale di Milano.
Lo racconta oggi a pagina 7 del Corriere della Sera Milano Luigi Ferrarella in un articolo intitolato “Delitto su commissione, da 30 anni all’assoluzione piena”. La Cassazione ha, infatti, assolto Emanuele Piazzese che, in primo grado, era stato condannato da Gennari. «Dal quasi ergastolo, in Tribunale e Appello, – scrive Ferrarella – all’assoluzione totale in Cassazione, con in mezzo quasi tre anni di custodia cautelare: nei giorni in cui c’è chi propone un solo grado di giudizio nei processi di mafia, funziona da sano antidoto la storia di Emanuele Piazzese».
La vicenda è questa: nel 2007 il collaboratore di giustizia Luigi Cicalese indica Piazzese e Giuseppe Liria come gli organizzatori di un delitto avvenuto il 4 febbraio 1992. Cicalese, dal carcere, avrebbe fatto uccidere la sua compagna Moira Piazzolla, colpevole di essersi rifatta una vita con un nuovo compagno. L’allora giudice per le indagini preliminari, Giorgio Barbuto, non ritenendo sufficienti i riscontri alle accuse di Cicalese, non aveva però acconsentito all’arresto di Piazzese e Liria. Il gup Gennari, al contrario, li condannò a 30 anni di carcere e i due furono «arrestati direttamente in aula alla fine del verdetto».
Solo che, già in Appello, qualcosa della ricostruzione era stato messo in discussione. Infatti, Liria era stato assolto, mentre a Piazzese erano stati confermati i trent’anni. In Cassazione, però, l’avvocato di Piazzese Corrado Limentani, scrive il Corriere, è riuscito «a evidenziare tutti i punti critici e i riscontri mancanti, o apparenti e perciò non dirimenti, nelle parole di Cicalese: ad esempio il fatto che riferisse la dinamica del delitto con informazioni presenti però già sui giornali dell’epoca».
Ed eccoci quindi alla conclusione: «La Suprema Corte non soltanto annulla la condanna a 30 anni ma, come avviene di rado, lo fa senza rinvio a un nuovo Appello, definitivamente. Resta così solo una condanna per il delitto: per paradosso proprio a Cicalese, 20 anni».


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