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Sito dell'Associazione Italiana per lo Studio e Ricerca sui Comportamenti Violenti -CRCV- Italy. ---------- Violent Behavior and Prevention Research Center - VBRC -Au-- Lorenzi Alfredo, Neurobiol, Neurosc.Human Behavior Biosincr - Basil--Davis CA -- Karin Hofmann, Phd Aggressive Behavior--Au

Massimo Picozzi e le strane perizie su Franzoni,Olindo e Rosa, Annamaria Franzoni e altro

Da almeno un quindici anni mi ritrovo a leggere di casi di morte violenta e puntualmente
la perizia,il colloquio, il video che vado a esaminare è a firma di alcuni nomi ricorrenti, tra i quali l'ex (?) uomo del Sisde, Prof. Francesco Bruno (già all'opera ai tempi del famigerato caso Moro) e del Professor (se è professore perché non trovo documenti ufficiali), Massimo Picozzi.
Costui, oltre che aver prestato lavoro per anni in strutture circondariali, senza alcun curriculo di particolare rilievo, assurge, di colpo a uomo della provvidenza, a vate della criminologia italica, al punto che è investito di  incarichi da parte di tribunali, avvocati della difesa o dell'accusa, in casi giunti a grande notorietà  e risonanza televisiva e non solo: finisce anche per fare il presentatore di programmi televisivi sulle reti Mediaset, partecipare a trasmissioni ad hoc dei vari format di giro, e anche a premi letterari, ad esempio quello intitolato a Piero Chiara e altri eventi libreschi di tipo giallistico.
http://www.massimopicozzi.it/attivita/consulenze-e-perizie
A questo indirizzo viene un  404

 Pagina non


 trovata

Non trovo che un paio di libri scritti in collaborazione con giudici di tribunali e altri esperti, dedicati alla materia criminologica, in particolare quella del Criminal Profiling, termine con il quale si indica il lavoro svolto da esperti psicologi, giuristi e medici, in grado di tracciare il profilo personologico del presunto autore di un particolare delitto. Ho letto con una certa attenzione il Criminal Profiling di cui è coautore il Picozzi e devo dire che l'ho trovato un libro assai pasticciato, con argomenti esposti in modo alquanto approssimativo, molta ridondanza, eterogenicità dovuta ai molti autori che partecipano a tale lavoro, e in definitiva ilo solito lavoro pretestuso, compiuto da persone che si trovano dentro la macchina della giustizia dello stato, non un professionista o scienziato indipendente, come si richiede quando si vuole assurgere a lavoro autonomo e indipendente almeno intellettualmente.
Vestito di solito in nero, il Professore Picozzi Massimo entra negli studi Mediaset o nelle sedi di Porta a Porta, o di altri programmi televisivi informandoci sulle casistiche criminologiche e sui possibili moventi e modus operandi del criminale in ipotesi.

Ma di questi aspetti, si  badi bene non certo secondari all'attività professionale di certi professionisti che un giorno si e l'altro pure sono presenti sui media (con regolare contratto), vorrei soprassedere per dedicare alcune considerazioni, a piede libero, sull'attività svolta dal Professor (?) Picozzi in ambito criminologico in quanto incaricato dalla procura o da avvocati di parte.
In particolare considererò due casi emblematici sul modo di operare di questo professionista, e vedremo che sono del tutto discutibili e lasciano spesso un senso di amaro in bocca oltre a notevoli dubbi sulla portata definitiva delle decisioni in ambito giudiziario.
A parte il caso di Novi Ligure, quello di Erika e Omar, finito come doveva anche perché ci sono state intercettazioni indipendenti e non confutabili, inoltre Omar ha subito fornito una confessione molto convincente e quindi, lo ascriviamo a quei casi che finiscono positivamente in tutti i sensi, quindi tutto va bene e dipende da tanti fattori che riguardano il caso, la bravura degli inquirenti e dei professionisti che li assistono e seguono.
Parliamo invece di due casi, o due stragi se vogliamo, iniziando da quello di Cogne, ovvero il delitto del piccolo Samuele Lorenzi, ascritto alla madre, aldilà di ogni ragionevole dubbio, signora Annamaria Franzoni in Lorenzi.
Abbiamo visto durante i telegiornali e durante i bollitori televisivi tipo Porta a Porta e Matrix, le immagini e i video degli inquirenti che entra vano e uscivano dalla casa del delitto, e in particolare si è sottolineata l'entrata in scena del criminologo Massimo Picozzi, una autorità in materia.
Il lavoro del Professore (?) Picozzi si è poi in una prima fase concluso con una perizia e una enucleazione del profilo criminale del probabile assassino, e in difinitiva il criminologo concludeva 

che : ... il profilo della signora Annamaria Franzoni era compatibile con l'autore del crimine, che la signora poteva anche giungere all'omicidio....

Poi ci furono le analisi strumentali compiute sul cervello della signora Franzoni e una seconda perizia collettiva, sempre di tipo psichiatrico e psicologico e non criminologico, infatti psicologi (e dubito della capacità di psicologhe di capirne sul funzionamento sia neurale che personologico, in particolare psicopatologico, almeno per esperienza diretta e consolidata) e psichiatri, una perizia non voluta dalla Franzoni, che inoltre si è sempre dichiarata non malata e di non voler accettare alcuna esimente basata sull'infermità mentale (dichiarazioni che per me non valgono niente, meno di una cicca, in quanto se una persona è sana di mente lo stabilisco io e non lei o i suoi familiari o il giudice o qualche avvocato, vale a dire lo stabilisce uno psichiatra e al limite uno psicologo esperto in materia di funzionamento attuale dello stato mentale di una persona adulta).
Bene, per me vale quanto dichiarato da uno dei super esperti, un vero luminare della psicopatologia, il Professor Fornari Ugo (che però non è la Bibbia o altro Totem, sia chiaro):

La mente della Franzoni rimane un mistero.

Tuttavia il Fornari, concordava per lo Stato Crepuscolare Orientato, che da solo, sappiamo che non esiste, al pari della Depersonalizzazione e Derealizzazione: sono 3 stati di funzionamento mentale in un determinato momento, non sono di per sé malattie mentali ma sintomi o disturbi che si accompagnano ad alcune malattie mentali.
Faccio sempre questo esempio: una paziente mi dice che spesso ha la sensazione di testa vuota, come se i pensieri le volassero via e non riuscisse più a lavorare e a concentrarsi per alcuni minuti fino a che non termina questa sensazione.
Signora, si tratta di un banalissimo sintomo di derealizzazione, si associa al suo stato ansioso e non deve preoccuparsi: resti tranquilla e non cerchi di fare nulla, finirà da solo entro pochi minuti o al limite, può prendere una compressina di ansiolitico per tenersi più al sicuro.
Quindi, in questo caso, lo stato di testa vuota, deriva e si insinua in un funzionamento ansioso della persona, ma può invece far parte di un quadro molto ma molto grave, quale uno stato dissociativo o un disturbo schizofrenico accertato o in uscita.
Comunque, molte persone, anche pulite da disturbi, possono andare incontro in momenti di stanchezza o di stress fisico o psichico, a provare un poco di testa vuota e questa è una situazione frequente. La domanda è: La Franzoni provava derealizzazione in risposta ad uno stato ansioso: credo come ha detto il Prof: Fornari, che non si tratti di ansia semplice ma di qualcosa di più grave e profondo, ma anche di meno facile da capire e diagnosticare (oltre al fatto che al momento non possediamo indici scientificamente accettati da tutti, come i noti studi sui Cluster A, B e C o sui meccanismi di difesa, che si vorrebbero reintrodurre nel Dsm, pur non avendo alcuna base di scientificità anche solo metodologica, inoltre non sono popperiani, non si possono falsificare).

Concordava il Fornari per il Disturbo Border della signora Franzoni, disturbo che noi a Pisa sorridendo, diciamo che: Il disturbo Border è diagnosticato da psichiatri border, a significare che dentro questa complessa e variegata definizione di personalità disturbata, ci stanno tutti quelli che non si riesce a collocare dentro le altre categorie personologiche. Per questo motivo non l'accettiamo facilmente.
Ripeto qui quanto spesso detto al proposito di diagnosi di personalità gravemente disturbate ma con sintomi e segni non riconducibili a disturbi da tempo e comunemente accettati: abbiamo motivo di ritenere che in psicopatologia e nella psichiatria e psicologia della personalità patologica, che esistano almeno un nucleo di aspetti, che al momento ci sfuggono, nel senso che non riusciamo ancora a delineare in modo netto e preciso con gli stessi indici di concordanza tra ricercatori, trovati per gli altri disturbi. E' questo il caso della signora Franzoni, che sono certo, non cambierà di una virgola né il suo recente passato, né l'esperienza di reclusione, e che in sostanza, sarà rilasciata a tempo debito, con la presenza di stessi disturbi.
Perché se è vero che l'esperienza pregressa e il carcere possono avere effetto su alcune tipologie di personalità, è anche vero che nella larga maggioranza dei casi, il carcere e le esperienze passate, non marcano alcun effetto di cambiamento su di una struttura di personalità delineata da condizioni genotipiche, che da esperienze infantili precoci.
In altre parole, se un giudice mi affidasse l'incarico di determinare, sulla base di una serie di colloqui con la signora Franzoni, l'idoneità della signora ad essere riammessa nel nucleo familiare, sulla base della sua presunta guarigione o del cambiamento benefico delle cure sottoposte, partirei già con l'idea preconcetta che tipologie così poco conosciute di personalità non sono suscettibili di cambiamenti pret à porter.

Quindi, è vero che la Franzoni ha una personalità fortemente e profondamente disturbata, è vero come dice Fornari che vede il vuoto negli occhi della Franzoni (sintomo tipico dei Border), è vero che il tipo di ansia che l'affligge è una tipica ansia non reattiva, non ambientale, tutta interna, che si manifesta con particolari aspetti cognitivi ed emozionali (ansia più a tipo psicotico o dissociativo che un tipico disturbo d'ansia con cui si ha comunemente a che fare).
Per la signora pm del tribunale di Torino, questa situazione è la prova della volontà diabolica della signora Franzoni, mentre per noi ricercatori e clinici, è solo l'attestazione da manuale di una situazione di parziale dissociazione delle funzioni mentali di elaborazione superiore della coscienza, che fanno il paio e si continuano con lo stato crepuscolare orientato (parzialmente lucido) di cui sopra.

In altre parole, per me, è una tipica circostanza che depone a favore della presenza al momento del fatto, di un evidente stato di sottile dissociazione della personalità, quindi un chiaro disturbo mentale, per quanto transitorio e intermittente, inserito però in una personalità gravemente disturbata ma non ancora conosciuta. 
E' anche un a riprova della Dissociazione il fatto che la Franzoni telefona al marito dicendo: hanno ucciso Samuele, per poi telefonare al 118, dicendo che Samuele sta male, sta malissimo, ma non ripete che è stato ucciso (tra l'altro non vero perché Samuele era ancora funzionalmente vivo al momento dell'arrivo dei soccorritori).
Per Fornari, la prova che la Franzoni ha ucciso è anche nella conversazione intercettata con il marito, nella quale attribuisce l'omicidio ai feroci coniugi (F...., vicini di casa, per arrivare al luglio 2004, quando Annamaria Franzoni e il marito Stefano Lorenzi sporsero denuncia contro un vicino di casa, Ulisse Guichardaz, indicandolo come il "vero assassino", attribuendogli oscuri moventi ed elencando una serie di "indizi"e per la quale, la signora è stata condannata per calunnia), nel senso che si tratta di un meccanismo difensivo di tipo psicotico, proprio della personalità Border (e anche di altre tipologie di malattie, aggiungo). 
Ma se questo fosse vero, prof. Fornari (e non dico che non sia vero, se si accetta la diagnosi di Border, cosa che mi guardo bene dal fare), anche il marito della signora, Stefano Lorenzi, sarebbe un presumibile Border di qualche altro cluster (magari non B), o no? O il tipico caso di Follia a due, già descritto a fine ottocento?

Insomma, mettetela come volete ma prove inconfutabili sulla scena del crimine che mi fanno dire che la Franzoni è l'unica e sola agente del delitto non ne vedo, almeno stando alla formula aldilà di ogni ragionevole dubbio. Inoltre, lo ripeto, la Corte di Cassazione ha più volte statuito che ---
---Le perizie psichiatriche e psicologiche non possono essere usate per determinare elemento di colpevolezza in capo a colui o colei su cui sono determinate---


I DISTURBI GRAVI DI PERSONALITA’ RIENTRANO NEL CONCETTO DI INFERMITA’?
di Ugo FORNARI

Con sentenza n. 9163 del 25 gennaio 2005, depositata l’8 marzo 2005, le Sezioni Unite Penali della Corte di Cassazione hanno stabilito quanto segue:
“anche i disturbi della personalità, come quelli da nevrosi e psicopatie, possono costituire causa idonea ad escludere o grandemente scemare, in via autonoma e specifica, la capacità di intendere e di volere del soggetto agente ai fini degli articoli 88 e 89 c.p., sempre che siano di consistenza, intensità, rilevanza e gravità tali da concretamente incidere sulla stessa; per converso, non assumono rilievo ai fini della imputabilità le altre “anomalie caratteriali” e gli “stati emotivi e passionali” , che non rivestano i suddetti connotati di incisività sulla capacità di autodeterminazione del soggetto agente; è inoltre necessario che tra il disturbo mentale ed il fatto di reato sussista un nesso eziologico, che consenta di ritenere il secondo casualmente determinato dal primo”.

Nella sostanza, anche ai Disturbi di Personalità può essere riconosciuta la natura di “infermità” giuridicamente rilevante, purché essi abbiano inciso significativamente sul funzionamento dei meccanismi intellettivi e volitivi del soggetto (affermazione ricorrente nelle massime giurisprudenziali della Corte di Cassazione, sez. I). --

i professori Barale, Luzzago e De Fazio, i tre periti nominati dal gip di Aosta per effettuare la perizia psichiatrica su Annamaria Franzoni

 perizia svolta in primo grado: L’INCARICO Il 28 marzo 2002, il Dott. Fabrizio Gandini, GIP del tribunale di Aosta, nel corso dell’udienza disposta presso la Casa Circondariale delle Vallette di Torino, presente il PM Dott.ssa Maria Del Savio Bonaudo ed il difensore dell’indagata, Prof. Avv. C.E. Grosso, conferiva ai sottoscritti Proff. FRANCESCO BARALE, ordinario di Psichiatria presso l’Università di Pavia, FRANCESCO DE FAZIO, Ordinario di Medicina Legale presso l’Università di Modena e ALESSANDRA LUZZAGO, Ordinario di Psicopatologia Forense presso l’Università di Pavia, 
l’incarico di procedere a perizia psichiatrica su Annamaria Franzoni, al fine di rispondere ai seguenti quesiti:
 1. se Annamaria Franzoni fosse capace di intendere e di volere al momento del fatto; 
2. in caso di risposta negativa al quesito precedente, specifichino il grado e l’entità dell’incapacità riscontrata; 
3. se Annamaria Franzoni sia persona socialmente pericolosa; 
4. se Annamaria Franzoni sia in grado di partecipare in modo cosciente al procedimento, così come disposto dall’art. 70 C.p.p. 

Venivano designati CC.TT.PP il Prof. UGO FORNARI, Ordinario di Psicopatologia forense presso l’Università di Torino, il Prof. FRANCESCO VIGLINO, Associato di Medicina Legale all’Università di Novara ed il Dott. MASSIMO PICOZZI, per il P.M.; il Prof. FILIPPO BOGGETTO, Ordinario di Psichiatria nell’Università di Torino, il Prof. GIANCARLO NIVOLI, ordinario di Psichiatria presso l’Università di Sassari ed il Prof. CARLO TORRE, Associato di Medicina Legale presso l’Università di Torino, per la difesa dell’indagata.

 I sottoscritti Periti venivano autorizzati a svolgere tutte le visite ritenute necessarie e ad acquisire tutta la documentazione sanitaria utile ai fini dell’espletamento dell’incarico peritale, nonchè ad avvalersi di ausiliari (previa comunicazione alle parti e sentiti in ogni caso i CC.TT.PP. per gli accertamenti ritenuti necessari). Il Sig. GIP fissava per il deposito della relazione peritale il termine di gg. 90 dall’inizio delle operazioni peritali (28 marzo 2002) e rinviava al 23 luglio 2002 l’udienza per l’esame dei Periti presso il Tribunale di Aosta. In relazione alla complessità delle indagini veniva chiesta una proroga fino al 12 luglio. In tale data la presente relazione è stata inviata al Magistrato, previo accordo telefonico, via posta elettronica e, successivamente, per posta celere. Sempre previo accordo col Magistrato la presente relazione è stata inviata, per posta elettronica, anche ai CC.TT.PP. I sottoscritti Periti dichiarano che il testo inviato per posta elettronica è esattamente corrispondente a quello depositato. 

Programmazione e calendario delle operazioni peritali Ai fini dello svolgimento delle indagini, i Periti hanno programmato di volta in volta, d’intesa con i CC.TT.PP., le diverse fasi delle operazioni peritali, alle quali, i CC.TT.PP. hanno presenziato direttamente; hanno tenuto conto, quanto al setting peritale, anche della scelta effettuata dalla perizianda all’atto della prima seduta, allorchè la stessa è intervenuta direttamente nella discussione preliminare tra i sottoscritti Periti ed i Sig. CC.TT.PP., manifestando la sua disponibilità ad un rapporto diretto, in alternativa alla separazione tra Collegio peritale e CC.TT.PP., attraverso l’utilizzazione di sala per le c.d. udienze protette, munita di vetro divisorio e di microfono. 

Le operazioni peritali, inizialmente fissate per il giorno 28 marzo 2002 presso la Casa Circondariale delle Vallette in Torino, sono state programmate dai sottoscritti Periti, d’intesa con i CC.TT.PP., in termini tali da perseguire gli obiettivi di cui ai quesiti proposti dal GIP e anche tale da garantire la massima riservatezza, evitando l’identificazione sia dei luoghi che dei tempi di svolgimento delle indagini, nella consapevolezza, da tutti condivisa, della esigenza e della importanza di un setting peritale adeguato. Tali operazioni sono state svolte nei luoghi di volta in volta concordati coi CC.TT.PP., e secondo il seguente calendario: 1. 8 aprile 2002, con inizio alle ore 11, presso la Cattedra di Psichiatria dell’Università del Piemonte orientale di Novara. 2. 26 aprile 2002 alle ore 10.30 presso la Cattedra di Psichiatria del Dipartimento di Scienze Sanitarie Applicate e Psicocomportamentali dell’Università di Pavia. 3. 6 maggio 2002, alle ore 10.30 presso la medesima Sezione di Psichiatria dell’Università di Pavia. 4. 24 maggio 2002, ore 10.30 presso la medesima Sezione di Psichiatria, data di conclusione delle operazioni peritali. Nella stessa data i Periti si riunivano collegialmente per discutere il capo. Si precisa, altresì, che, come comunicato ai Sigg. CC.TT.PP., in data 8 maggio 2002 la perizianda è stata sottoposta ad esame EEG, dopo privazione parziale di sonno, presso il Dipartimento di Scienze neurologiche dell’Università di Bologna; il 17 maggio, presso la Sezione di Psichiatria del Dipartimento di Scienze Sanitarie Applicate e Psicocomportamentali dell’Università di Pavia alla periziando è stato somministrato il test di Rorschach; il 28 maggio presso la Clinica Psichiatrica dell’Università di Pavia, le sono state somministrate le scale QED e DDIS; in data 14 giugno la perizianda è stata sottoposta alla somministrazione del test MMPI presso la Sezione di Medicina Legale dell’Università di Pavia. 

Deduzioni dei CC.TT.PP nel corso ed al termine delle operazioni periziali (svoltesi in 8 sedute) I CC.TT.PP., che hanno partecipato assiduamente alle operazioni peritali, non hanno verbalizzato alcuna deduzione valutativa con riferimento ai quesiti, nè in rapporto ai dati di volta in volta acquisiti, nè in esito ai diversi incontri collegiali ai quali hanno assiduamente partecipato. Hanno altresì preso atto delle indagini svolte, sulle quali hanno concordato; alcuni loro suggerimenti sono stati accolti in un clima collaborativo e collegiale. Dopo la conclusione delle indagini peritali è pervenuta una breve nota del Proff. Bogetto e Nivoli, CC.TT.PP. per la difesa, nella quale i Colleghi dichiarano che “sulla base dei colloqui e del materiale testometrico esaminato, non hanno messo in luce alcuna psicopatologia, di interesse forense, in persona di Annamaria Franzoni”. 

L’esame della documentazione processuale All’atto del conferimento dell’incarico ci è stata consegnata un’ampia documentazione in fotocopia concernente: 
1. le indagini di Polizia Giudiziaria svolte a far tempo dal gennaio 2002, giorno in cui è stato ucciso il minore Samuele Lorenzi: con riferimento al fatto, al sopralluogo, alle informazioni rese dai genitori di Samuele, dai familiari, alle testimonianze rese dalle persone che hanno prestato soccorso ecc ...; 2. le indagini svolte dai carabinieri del raggruppamento investigazioni scientifiche e relative deduzioni; 3. la relazione medico-legale redatta dal Prof. Viglino in ordine alle cause del decesso di Samuele Lorenzi; 4. le indagini di polizia giudiziaria volte ad individuare l’autore del delitto; 5. la relazione del Prof. Carlo Torre e del Dott. Carlo Rubino svolta su richiesta dell’Avv. C.F. Grosso; 6. la relazione redatta dal Dott. Massimo Picozzi, concernente un profilo psicologico del sospetto autore dell’omicidio di Samuele Lorenzi; 7. i verbali di deposizione testimoniali; 8. nonchè altri documenti concernenti la ricostruzione della vicenda per cui è processo. 

I sottoscritti Periti hanno esaminato la suddetta documentazione, unicamente nella prospettiva di evincere possibili elementi di giudizio in ordine ai problemi oggetto dei quesiti che sono stati loro proposti, ma non hanno ritenuto necessario sintetizzare i dati concernenti la dinamica materiale del delitto (in quanto ritenuti allo stato ininfluenti in ordine alla valutazione psichiatrica forense che è stata loro demandata). CONSIDERAZIONI DIAGNOSTICHE E PSICHIATRICO-FORENSI La perizia psichiatrica in tema di imputabilità riconosce, com’è noto, confini più ampi di quelli propri della nosografia psichiatrica: posta che da un lato occorre far riferimento ad una nozione qual è quella di infermità, che è ben diversa da quella di malattia e più generica rispetto a quella patologia mentale; mentre, dall’altro, la nozione d’infermità si evince attraverso un percorso di valutazione e di interpretazione psichiatrico-forense, che non consegue epifenomenicamente all’ipotesi del delitto, ma all’analisi del fatto e, soprattutto, all’analisi dei vissuti dell’imputato in relazione al fatto che ha (o che avrebbe) commesso. Se così stanno le cose, è evidente che in un caso quale quello in esame il compito dei Periti non è solo quello di documentare l’eventuale condizione di infermità al momento del fatto, ma anche quello di configurare probatoriamente l’incidenza di detta eventuale infermità sulla realizzazione del fatto stesso e, quindi, l’esistenza o meno di un vizio totale o parziale di mente. Il problema si pone certamente in questi termini con riferimento ad un delitto riconosciuto come “proprio” dall’imputato, o, comunque, accertato, o avallato da significativi elementi di prova. Nel caso in esame l’uccisione del piccolo Samuele è senz’altro un fatto accertato, ma certamente la Franzoni non se ne assume la responsabilità, e non sussistono, allo stato, evidenze di rilevanza probatoria tali da sostenere in capo alla stessa una concreta attribuzione di colpevolezza. Questa particolare situazione rende pertanto in qualche misura più complessa la problematica peritale, posto che permette una valutazione in relazione al momento del fatto, ma non un approfondimento in relazione al fatto medesimo. Noi cercheremo, pertanto, di esprimere una valutazione diagnostica retrospettiva, in correlazione cronologica con il fatto-reato oggetto del capo d’imputazione e ciò al fine di valutare retrospettivamente la capacità di intendere e di volere di Annamaria Franzoni al momento del supposto fatto. Consapevoli, ovviamente, che la nostra indagine non è diretta a valicare l’ipotesi che il reato oggetto del capo d’imputazione sia stato o meno commesso da Annamaria Franzoni, ma soprattutto consapevoli che, in mancanza di elementi probatori certi, e rifiutando la periziando la responsabilità del reato, l’accertamento risulterà monco con riferimento alla analisi della criminogenesi e della criminodinamica del reato. La valutazione, con riferimento alla metodologia propria della perizia psichiatrica in tema di imputabilità, infatti, dovrebbe articolarsi (e nei limiti del possibile comunque verrà da noi articolata) nelle seguenti fasi: 
1. una prima fase “diagnostica”, atta a valutare, sul piano per c.d. longitudinale, ovvero concernente tutto l’arco di vita della persona sottoposta all’indagine, e trasversale, ovvero al momento del reato, la sussistenza o meno di una patologia mentale propriamente detta. Ciò con riferimento all’ambito nosografico, ivi comprese le alterazioni quantitative (oltre che qualitative) del modo di essere psichico della persona sottoposta a perizia, ed indipendentemente dall’analisi del fatto reato. Tenendo ovviamente conto che anche una persona non affetta da patologia mentale propriamente detta potrebbe aver commesso un reato in conseguenza di uno stato di infermità, nozione questa che non fa solo riferimento ad una patologia mentale nosograficamente definita ma anche ad alterazioni transitorie della salute mentale, che, come tali, possono incidere pregiudizievolmente sulle capacità di intendere e/o di volere; 
2. una fase criminologica, volta a comprendere, in termini criminogenetici e criminodinamici, il processo per cui quella data persona possa essere pervenuta a commettere il crimine che le viene imputato; 3. una terza ed ultima fase di carattere medico legale, ovvero psichiatrico-forense, finalizzata a dedurre, in base alle risultanze delle precedenti fasi, un eventuale “valore di malattia” dell’atto delittuoso, con riferimento alla sussistenza, al momento del fatto e, se possibile, in relazione allo stesso, di uno stato di “infermità” tale da compromettere la capacità di intendere e/o di volere. Le presenti considerazioni verranno pertanto suddivise sulla base di questi tre ben distinti ed indispensabili ambiti speculativi. FASE DIAGNOSTICA. SUSSISTENZA DI UNA PATOLOGIA PSICHIATRICA O NEUROLOGICA Sulla base di quanto emerge dall’esame psichico, da quello psicodiagnostico e dall’accertamento EEG effettuato, le presenti indagini hanno permesso di escludere, a carico di Annamaria Franzoni, una patologia psichiatrica afferente sia all’asse 1° che all’asse 2° del DSM IV. In particolare, dalle indagini praticate non sono emerse condizioni (quali ad es. una epilessia o una sindrome dissociativa) tali da poter avallare che la Sig.ra Franzoni possa aver messo in atto il delitto e poi aver scotomizzato gli avvenimenti, non avendo pertanto consapevolezza e coscienza del fatto commesso. Si rinvia al riguardo, all’esito dell’indagine EEG, attuata attraverso la registrazione prolungata eseguita dopo una privazione parziale di sonno. Indagine che ha dato risultati negativi. E, per quanto concerne l’ipotesi di una sindrome dissociativa, si fa presente che le indagini effettuate portano all’esclusione della stessa. Quanto ad un quadro depressivo, che, secondo la letteratura, potrebbe supportare un reato di figlicidio, certamente nell’attualità questo è in parte presente, come situazione reattiva; ma molteplici, evidenze tendono ad escluderlo in relazione al momento del reato. D’altra parte, anche la rappresentazione che Annamaria Franzoni fornisce di ciò che lei ricorda o asserisce di ricordare di tutto ciò che precede e segue i fatti di causa non presenta traccia alcuna di significato psicopatologico, a prescindere dalla sua corrispondenza o meno alla verità fattuale. SUSSISTENZA DI UNA CONDIZIONE DI TRANSITORIA INFERMITÀ Escluso il ricorso di una patologia psichiatrica o neurologica nosograficamente inquadrabile, il campo valutativo si dovrebbe allargare, dunque, all’ambito di una «infermità», con riferimento ad eventuali alterazioni transitorie realizzatesi, nell’hic et nunc, della capacità d’intendere e di volere, ma prive di rilevanza nosografica. Ed è questa l’ipotesi che va presa in considerazione nei riguardi di una donna che non è risultata affetta da alcuna patologia mentale propriamente detta, ma che potrebbe aver commesso il fatto-reato in relazione ad una alterazione transitoria della capacità di intendere e/o volere. Il problema, dunque potrebbe far riferimento unicamente all’ipotesi che Annamaria Franzoni, al momento del supposto fatto, possa aver agito in una condizione di annullamento o di perturbazione della capacità di intendere e/o volere, in relazione non a patologia, ma a turbamenti psichici. Il far riferimento all’ipotesi di un’alterazione transitoria della capacità d’intendere e/o volere al momento del reato, tuttavia, delinea un’operazione valutativa delicata e difficile, anche se, a nostro parere doverosa, non potendosi escludere a priori una ipotesi siffatta. D’altra parte va sottolineato che si tratterebbe esclusivamente di un’ipotesi, più o meno scientificamente plausibile, ma pur sempre tale da non rispondere alle esigenze probatorie proprie della perizia. 
Tale ipotesi assumerebbe infatti significato e significanza solo ove si desse per documentata, e quindi per scontata, l’effettuazione del delitto da parte di Annamaria Franzoni; posto che solo in questo caso il problema che si porrebbe, in esito all’accertamento di una infermità, potrebbe essere proprio quello di interpretare e di motivare la sussistenza o meno di un “valore di malattia dell’atto”. Infatti in assenza di patologia nosograficamente definita e tale da influire sulla capacità di intendere e di volere, soltanto il valore di malattia dell’atto potrebbe di per sè stesso motivare la deduzione di un vizio di mente di Annamaria Franzoni al momento del fatto ed in relazione al fatto. Nella attualità, tuttavia, un simile percorso, per i motivi dianzi esplicitati, non sembra neppure ipotizzabile. La necessità di approfondire anche questa ipotesi, comunque, ai fini di completezza, e tenuto conto dei limiti su esposti, ci ha indotto ad approfondire in modo particolare il percorso evolutivo e la struttura di personalità della periziando, nella consapevolezza che comunque, uno scompenso psichico, anche transitorio, non può fare riferimento al concetto di “vulnerabilità”, con le sue specifiche linee di frattura, le quali, nella misura in cui risultino preferenziali e intrinseche, si configurano come percorsi evolutivi orientati preferenzialmente in senso psicopatologico. 

CONSIDERAZIONI PSICHIATRICHE, PSICOPATOLOGICHE E PSICODINAMICHE A PARTIRE DALL’ANAMNESI E DELLA STORIA DI VITA DI ANNAMARIA FRANZONI 

Come è ben noto, l’anamnesi psichiatrica pur in continuità con la tradizionale anamnesi medica, si differenzia in modo importante da essa, sia per la tecnica di raccolta (che avviene all’interno di una relazione che consenta al periziando di sentirsi il più possibile libero nei modi di autorappresentarsi e di rappresentare al propria storia personale), sia perché l’ambito di pertinenza si estende a settori ed aree assai più vaste. La finalità infatti dell’anamnesi psichiatrica è non solo quella di ricostruire un mero repertorio di fatti, sintomi ed indicatori di eventuale patologia, nel contesto longitudinale di vite e/o nel contesto familiare, ma di far emergere gli elementi e le linee fondamentali dello sviluppo di una biografie e, contemporaneamente, i modi soggettivi di autorappresentarsi e autorappresentare la propria storia da parte del periziando; la narrazione della storia di vita che ne deriva tende così a situare l’eventuale sofferenza psichica (e, nel caso psichiatrico forense anche i comportamenti delittuosi ipoteticamente ad essa correlati) non certo in un contesto nomotetico, ma in quello di un comprendere storico genetico che individua lo sfondo esistenziale, lo stile di vita, l’organizzazione e la disorganizzazione delle esperienze entro cui quella sofferenza può inserirsi, svilupparsi, predere forma, risultare almeno parzialmente comprensibile. Questa è la ragione per cui, come risulta dalla sintesi dei colloqui ampiamente riportata, largo spazio è stato dedicato alla ricostruzione della storia esistenziale di Annamaria Franzoni, alla situazione della famiglia di origine, alla sfera educativa, ai rapporti con le figure genitoriali, i fratelli, la famiglia allargata, agli eventi e agli snodi che hanno punteggiato la sua storia di vita, alle sue vicende affettive e sentimentali, agli interessi, ai rapporti coi coetanei, al percorso di socializzazione, al tragitto adolescenziale, alle scelte giovanili e ai movimenti emancipatori della famiglia d’origine, al matrimonio, alle scelte di vita più recenti. Qui semplicemente riassumiamo le valutazioni psicopatologiche e psicodinamiche che sono state tratte dal quadro sopra descritto. 

1. Nella biografia, antica e recente, familiare e individuale, di Annamaria Franzoni non è individuabile alcun elemento di interesse psicopatologico. 
2. Lo sviluppo personale che si delinea è stato armonico, verrebbe da dire molto «normale»; esso è avvenuto in un contesto e in un clima familiare affettuosi e sostenitivi, semplici ma contemporaneamente vivaci e ricchi di stimoli, arricchiti dalla presenza della numerosissima fratria e dalle dinamiche, anche conflittuali conseguenti; dinamiche comunque ben «contenute» da una organizzazione familiare molto tradizionale, retta da un sistema di ruoli, di differenze generazionali e di genere ad un tempo molto forte e coerente, e molto tollerante delle individualità: non è possibile intravedere o anche solo ragionevolmente ipotizzare, alla luce di quanto emerso, la presenza di particolari tensioni, di particolari elementi conflittuali, di aree cieche o di aspetti in qualche modo traumatici. 
3. La tendenza di Annamaria Franzoni ad “idealizzare” un poco, soprattutto nel primo colloquio, la rappresentazione del contesto familiare originario si è via via corretta e temperata nel corso delle indagini. Ne è emersa alla fine una rappresentazione assai più realistica: quella di un contesto certo molto affettuoso, partecipe e anche un po’ “affollato”, ma anche percorso dai normali conflitti e dalle normali turbolenze che caratterizzano tutti i buoni contesti familiari. Nessun aspetto dunque di “pseudomutualità” o di negazione-occultamento di aree conflittuali irrappresentabili. La tendenza iniziale alla idealizzazione è ben comprensibile, del resto, sulla base sia della psicologia piuttosto semplice di Annamaria Franzoni, sia del bisogno di rifugiarsi mentalmente, di fronte all’esperienza di un dolore estremo e di una estrema persecutorietà per l’accusa gravissima che le è stata rivolta, nel rapporto con oggetti familiari, mentali e reali, intensamente protettivi e anche, necessariamente, un po’ idealizzati. 
4. Nel contesto descritto Annamaria Franzoni ha sviluppato, nel corso della sua esistenza, relazioni affettive molto intense e normalmente conflittuali con i suoi genitori e fratelli, prima; ha avuto poi un percorso adolescenziale assai poco tumultuoso, un successivo precorso di autonomizzazione normalmente conflittuale e una vita affettiva e sentimentale piuttosto semplice e improntata a scelte e sistemi valoriali molto «tradizionali». 
5. Il tragitto esistenziale di Annamaria Franzoni è in definitiva molto coerente. Lo sviluppo relazionale-affettivo è stato armonico, senza particolari turbolenze e senza alcun aspetto di instabilità, irrequietezza o sofferenza, ma anche con chiara capacità di intensità affettiva e di calore, di socialità ed amicalità, al di là del tratto personologico (e anche un po’ culturale) di riservatezza e di orgoglio. Annamaria Franzoni non è affatto e non è mai stata una persona gelida o anaffettiva o ripiegata narcisiticamente su se stessa. 
6. Nulla nella sua storia depone per la presenza, non solo di aspetti o fenomeni psicopatologici, ma anche di vaghi elementi che possono essere riferiti alla costellazione personologica entro cui si sviluppano in genere quelli che nella terminologia psichiatrica moderna vengono chiamati i fenomeni dissociativi. Nè è presente alcun tratto che possa far pensare ad un qualunque disturbo della personalità. Annamaria Franzoni è, anzi, una persona dalla organizzazione psicologica piuttosto semplice, trasparente e coerente. 
7. Le scelte di vita più recenti (il matrimonio, il trasferimento a Cogne, i figli) sono coerenti a questa generale impostazione della persona. Sono state prese con decisione e passione, attraversando di conseguenza anche i problemi le difficoltà che la separazione da una famiglia d’origine così importante e il cambiamento radicale di contesto di vita hanno comportato. Questi passaggi sono stati certamente importanti e significativi; la transizione dal contesto emiliano a quello valdostano, dalla numerosa e vivacissima famiglia originaria a quello della coppia in un paese estraneo, sicuramente deve avere sollevato dei problemi, che sembrano tuttavia essere stati affrontati con entusiasmo e coraggio dalla giovane coppia , proiettata nella costruzione di una propria dimensione familiare e di vita nel luogo scelto. Nessun elemento è emerso, in definitiva, che possa deporre sicuramente per una qualche valenza patologica o per aspetti critici inelaborati relativi a questi passaggi. 
8. Le maternità desiderate, volute, cercate, sembra siano state entrambe vissute da Annamaria Franzoni con gioia, pur con le normali preoccupazioni e ambivalenze, come un’esperienza di sostanziale adempimento dei propri desideri più profondi del proprio ideale di vita. Anche le banali preoccupazioni per la salute del piccolo Samuele, per i suoi transitori problemi si accrescimento e le su allergie rientrano in un quadro di normalità. Così come in un quadro di normalità rientra anche la fase di stanchezza e di affaticamento, peraltro rapidamente risolta senza interventi farmacologici, che Annamaria Franzoni aveva attraversato nel primo anno di vita di Samuele. 
9. Anche il banale malessere accusato da Annamaria la sera e la notte precedente l’uccisione di Samuele non ha caratteristiche che possano far individuare come significativamente connesso ad un qualche alterazione psicopatologica; a meno di non voler procedere ad illazioni e forzature interpretative senza reale fondamento clinico. 
10. Il fatto delittuoso e la morte del piccolo Samuele irrompono in sostanza nella biografia di Annamaria Franzoni, antica e recente, almeno così come siamo stati in grado di attendibilmente ricostruirla, come elementi di assoluta discontinuità; discontinuità rispetto alla sua storia, al suo orizzonte esistenziale, alla sua organizzazione affettiva e psicopatologica. 
11. L’autorappresentazione: chi si occupa di psichiatria con una formazione ed un interesse psicodinamico conosce bene l’importanza dell’osservazione degli stili e delle modalità di autorappresentazione e di rappresentazione. Essi sono ancor più preziosi spesso dei contenuti manifesti del discorso e ne rivelano l’assetto emozionale profondo; attraverso di essi si esprime direttamente il rapporto che il periziando intrattiene con i propri interlocutori interni (ed esterni), l’intenzione di relazionali più autentiche che lo animano, ad esempio le modalità e le strategie di esitamento, occultamento o rivelamento della verità emozionale e personale, le allusioni, i diversi piani in cui l’interlocutore viene attirato, gli aspetti captativi, o seduttivi ... insomma, quella che è stata chiamata la “retorica dell’autorappresentazione” è una fonte preziosa di informazioni sugli assetti psicologici interni. Fin dall’inizio e per tutta la durata dei colloqui Annamaria Franzoni, malgrado le forti difficoltà emozionali che ha dovuto superare, la comprensibile diffidenza iniziale e la quantità impressionante di dolore ed emozioni intollerabili che il percorrere e ripercorrere insieme la vicenda ha sollevato, ha improntato il rapporto con noi ad uno stile anche inizialmente «combattivo» o a tratti polemico, ma sempre in sostanza molto diretto e collaborante. I suoi percorsi mentali sono sempre stati trasparenti, pochissimo tortuosi, mai trasversali, mai elusivi o indirettamente seduttivi, verrebbe da dire sempre franchi e lineari, anche quando si insospettiva per certe domande o voleva accentuare alcuni aspetti a scapito di altri ... Sembra in opera in Annamaria Franzoni, malgrado le circostanze straordinariamente sfavorevoli, un sistema di interlocutori interni con i quali intrattiene un rapporto diretto e leale. Anche nel suo stile autorappresentativo e argomentativo, prima e più ancora che in ciò che ha detto, pertanto, Annamaria Franzoni ha rivelato quello che è: una ragazza dai percorsi mentali ed affettivi piuttosto semplici e diretti, assai poco isterica, anzi dalla forte coerenza interna, semmai con scarse sfumature e ridotte ambivalenze. L’affettività è stata mai giocata in modo captativo; semmai è stata orgogliosamente a lungo trattenuta, prima di dilagare, come è successo quando, alla fine degli incontri, Annamaria Franzoni si è completamente fidata e affidata, in abissi di dolore per i quali non vi sono parole. L’insieme di questi elementi, che delineano il percorso evolutivo della Franzoni, e l’assetto del suo psichismo, con riferimento a tutto l’arco della vita della persona sottoposta all’indagine, non evidenzia la sussistenza di alterazioni psichiche, tali da supportare l’ipotesi di una vulnerabilità della donna, sia con riferimento ad ipotesi di una frattura a carattere dissociativo, che affettivo. E pertanto, pur tenendo conto che la valutazione base concernente l’imputabilità può far riferimento, oltre che alla patologia mentale propriamente detta, alla mera sussistenza di una “infermità” ed alla correlata ripercussione della stessa sulla capacità di intendere e/o di volere in ordine alla commissione del fatto non emergono dalla perizia elementi che possano ragionevolmente supportare l’ipotesi di una struttura di personalità tale da avvalorare l’ipotesi di una condizione transitoria di infermità. CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE DEI MEDICI LEGALI In esito alle operazioni peritali effettuate ed alle considerazioni sino qui svolte, sia di ordine metodologico, che sostanziale, si perviene alla conclusione che, benchè prolungata ed approfondita, l’indagine peritale da noi espletata, non ha consentito di acquisire elementi di giudizio atti a dedurre, sul piano diagnostico, concrete ipotesi di patologia mentale o di infermità tale da incidere sulla capacità di intendere e/o di volere di Annamaria Franzoni al momento del supposto fatto. Il problema, beninteso, è stato da noi affrontato e sviluppato in termini probatori, sia con riferimento all’ambito nosografico che con riferimento ad eventuali alterazioni transitorie della capacità di intendere e di volere al momento del fatto. 

Alterazioni transitorie che non si sono potute documentare con strumenti clinici e psicodiagnostica, e che non trovano una plausibilità sufficiente (anche in fatto di mera ipotesi) nell’assetto di personalità della periziando. Ciò, ovviamente, non equivale ad escludere che il delitto possa essere stato messo in atto da Annamaria Franzoni tenuto conto di elementi di giudizio che però esulano da quelli propri della perizia psichiatrica. Anche il malessere che ha preceduto di qualche ora l’evento delittuoso, così come l’atteggiamento un po’ «costruito» assunto dalla perizianda dopo lo stesso (giustificato dalla stessa per fini difensivi soprattutto anche nei confronti dei media, e comunque presto dimesso nella relazione con i periti) non sembrano elementi di giudizio sufficienti a documentare, al momento del supposto fatto, una infermità tale da sostenere un vizio totale o parziale di mente. Al limite, potrebbero assumere significatività con riferimento all’ipotesi di un reato attuato e poi dissimulato. Ipotesi quest’ultima, che i sottoscritti Periti non hanno inteso nè intendono in alcun modo evocare ma che viene teoricamente (e paradossalmente) prospettata unicamente per ribadire che, anche in rapporto a tale ipotesi, non sarebbe in discussione un vizio di mente tale da motivare le valutazioni di cui agli artt. 88-89 c.p., ma sarebbe in discussione la veridicità e genuinità delle dichiarazioni rese da Annamaria Franzoni. In conclusione di perizia, i sottoscritti Periti dichiarano che hanno cercato di svolgere la perizia assumendo una doverosa presa di distanza nei confronti di un delitto che ha visto e vede partecipe l’opinione pubblica in termini esasperati, in quanto tali legati all’ambiguità dell’aprioristica presa di posizione in termini colpevolisti o innocentisti. Essi fanno altresì presente che le considerazioni più volte ribadite non hanno alcun significato di disinteresse o di rifiuto nell’assunzione di responsabilità (peraltro dovute e pubbliche, con riferimento ad una perizia), ma vogliono semplicemente e doverosamente inscrivere le argomentazioni nel contesto della metodologia propria della perizia psichiatrica in tema di imputabilità, nel convincimento che l’impostazione di una perizia è e resta comunque vincolata all’onere della prova. Onere della prova che ha ben poco a che fare con l’interpretazione in ordine alla “possibilità” di un generico rapporto tra un supposto fatto ed un evento, rapporto che, in un caso quale quello in esame, stando alle risultanze delle indagini effettuate, potrebbe basarsi su ipotesi possibili ma non provabili, e anche scarsamente probabili. Mentre la perizia, in quanto mezzo di prova, non consente alcun spazio ad ipotesi basate sulla “possibilità”, e, tanto meno, ad ipotesi basate su convincimenti personali. In conclusione, è possibile rispondere ai quesiti proposti nei seguenti termini: 1. Annamaria Franzoni, al momento del fatto di cui al processo, aveva piene capacità di intendere e di volere. Il riferimento, come più volte ribadito, è esclusivamente di tipo cronologico, non potendo prendere compiutamente in considerazione la relazione col fatto; 2. Stante la risposta al primo quesito, il secondo decade. 

3. Annamaria Franzoni è dotata di piena capacità processuale. I Periti Prof. Francesco Barale Prof. Francesco De Fazio Prof. Alessandra Luzzago Depositato nella Cancelleria Penale del Tribunale di Aosta il 15.7.2002 h. 13,00. 

IL MALORE DEL MATTINO

 Le domande più significative poste ai Consulenti tecnici del Giudice, sia da parte dei Consulenti dell’accusa che da quelli della difesa, sono in carattere grassetto corsivo nero. Le risposte in carattere grassetto corsivo blu. FORNARI: Allora andiamo oltre questa questione sulle audioregistrazioni. Ecco, una domanda è stata questa: per esempio quando la signora Franzoni ha più volte descritto i disturbi che aveva di natura psicosomatica, sembra, queste sue crisi funzionali (etc), sarebbe stato interessante sapere in che cosa consistevano esattamente queste crisi, cioè questi formicolii dove li aveva, come li aveva, per quali motivo è stato chiamato il 118 due volte [errore, solo 1 volta], cosa voleva dire che non sentiva più le gambe, non si sentiva le braccia; è importante tutto ciò, perché la distribuzione per esempio dei formicolii e delle paradisestesie ha un significato clinico diverso a seconda di come le stesse vengono descritte nella loro esatta topografia. Questa è una domanda: come mai non è stato approfondito questo aspetto? GIP: Va bene. Prego. DE FAZIO : io chiedo scusa, ma devo solo inserire un argomento: in ogni seduta abbiamo chiesto ai consulenti di parte, chiesto sistematicamente, se proponessero qualcosa di più e di diverso rispetto a quello che noi facevamo. GIP: Comunque la discussione della perizia si fa oggi... PM DR. CUGGE: E avevamo detto che potevano intervenire ovviamente con le dovute modalità. GIP: Questo è previsto dalla legge, però la domanda vi viene fatta oggi e dovreste rispondere. BARALE: Posso rispondere? GIP: Sì. 

BARALE: Ma non direi, come dice il prof. Fornari, che non è stato approfondito questo aspetto, è stato discusso varie volte, è stato rappresentato, raccontato, narrato e ci sono state molte domande su questa cosa, come il prof. Fornari ricorda perché era perfettamente presente, non ha avuto alcun motivo del resto di intervenire, come avevamo più volte sollecitato, anche per ulteriori chiarimenti su questo punto. Direi che il malore di cui ha sofferto la signora Franzoni la sera precedente era un malore molto banale. Chi ha esperienza clinica (io faccio da trentadue anni lo psichiatra) incontra frequentissimamente queste cose, ma anche i medici di base e i medici condotti; era probabilmente una somatizzazione, se vogliamo, una piccola crisi d’ansia con alcuni aspetti di somatizzazione. Questa cosa è venuta fuori molto chiaramente, non ha una rilevanza psicopatologica particolare; perché da qui, dalla descrizione di una piccola crisi di ansia con fenomeni di somatizzazione, è un piccolo allarme fobico, a ipotizzare una psicopatologia specifica veramente c’è di mezzo il mare. E il prof. Fornari da psichiatra credo che non possa non concordare su questo. Direi che non è vero che non è stato approfondito questo punto, è stato oggetto di prolungata discussione, quello che è emerso è quello che alla fine è stato succintamente descritto nella nostra perizia, vale a dire che si trattava di un disturbo piuttosto banale, senza rilevanza psicopatologica. GIP: Va bene, ha risposto. Prego. FORNARI: Questa è la risposta che mi attendevo, adesso è più chiaro... GIP: Eh no, non può fare considerazioni. FORNARI: Ah, mi scusi. GIP: Solo domande, mi spiace. FORNARI: Grazie della risposta, proprio questa era la risposta. GIP: Poi le faranno le Parti le considerazioni. FORNARI: Poi un’altra cosa che vorremmo sapere quale era il peso e i significati che i periti hanno dato alle parole pronunciate dalla signora Franzoni e altre frasi dette al Magistrato inquirente, per esempio che sono trascritte a pagina 17... GIP: Della perizia? FORNARI: Della mia memoria, della perizia non mi ricordo più dove, ma faccio degli esempi. GIP: La memoria oggi noi non... FORNARI: La perizia d’Ufficio... ah, già niente. Adesso li leggo. GIP: Dovrebbe riferirsi ad atti già depositati, altrimenti... LA TESTA DI SAMUELE Le domande più significative poste ai Consulenti tecnici del Giudice, sia da parte dei Consulenti dell’accusa che da quelli della difesa, sono in carattere grassetto corsivo nero. Le risposte in carattere grassetto corsivo blu. FORNARI: “Che a Samuele è scoppiata la testa, gli sta scoppiando il cervello. Io me lo sentivo che sarebbe morto”, dice questo al marito, che significato hanno dato per esempio alla frase: “Ne facciamo un altro figlio? Mi aiuti a farne un altro?”, alle preoccupazioni relative a questa testa che saltano fuori in numerose testimonianze. La signora Franzoni era molto preoccupata del fatto che “la testa di Samuele era grossa ed emanava calore”. A me ha colpito molto questa frase, vorrei sapere se questa frase i periti l’hanno rilevata e che significato hanno dato a tutte insieme. GIP: Questa e le altre? FORNARI: Tutte le altre, tutto ciò che riguarda la testa, insomma ecco, la tematica della testa. GIP: E le altre frasi che lei ha prima ha citato? FORNARI: E queste frasi qua, ce n’è una... (chiedo scusa): “Non dimentichiamo che la testa di Samuele, secondo la madre, era grossa ed emanava calore”, viene fuori questo. BARALE: Questo nella nostra perizia? FORNARI: “Io me la sentivo che sarebbe morto”, questo è scritto nella vostra perizia quando riportate le testimonianze di persone che hanno riferito queste cose al Magistrato. GIP: Allora la domanda è questa: se avete dato... avete preso in considerazione e, se lo avete fatto, che valore avete dato a queste frasi, in particolar modo quelle che si riferiscono alla testa. BARALE: Sì, ovviamente se il prof. Fornari non può non ricordare che abbiamo lungamente parlato di questa cosa durante i nostri colloqui, è stato un elemento che è stato molto approfondito anche. La signora Franzoni era una mamma – direi – lievemente apprensiva, questo bambino aveva avuto tra l’altro una patologia l’anno precedente, un disturbo allergico e problemi alimentari e quindi aveva un atteggiamento lievemente apprensivo. Non è vero che fosse così preoccupata per deformità o handicap del figlio; questo non solo non è stato possibile evidenziarlo da tutta la ricostruzione curatissima dell’anamnesi e del vissuto della maternità della signora Franzoni ma anche da tutte le testimonianze che abbiamo raccolto e che abbiamo accuratamente esaminato nella nostra perizia. Quanto alle frasi dette successivamente, prof. Fornari, lei sa come è l’impatto di un evento di questo genere, la tumultuosissima elaborazione di un evento così difficile da metabolizzare mentalmente, si dice tutto e il contrario di tutto in quei momenti. DE FAZIO : Posso aggiungere una cosa? GUP: Chiederei soltanto al collegio peritale, per ragioni di trascrizione, di dire ogni volta il proprio nome, altrimenti... grazie. LUZZAGO: Aggiungo un’altra cosa: le frasi che la Franzoni avrebbe detto, “è scoppiata la testa, etc.” rientrano come detto in un momento di crisi. Se noi pensiamo che il medico stesso dice che era scoppiato un aneurisma, possiamo immaginare che cosa potesse... BARALE: Che razza di confusione c’era in quel momento. LUZZAGO: Che razza di confusione c’era, se un medico ha scambiato un trauma per un aneurisma (etc.). Per cui la Franzoni è una ragazza che non ha nessuna cognizione, lei dice: “Io ho visto il sangue, pensavo che gli fosse scoppiata la testa”. Quanto alle altre frasi, “la testa è grossa etc.”, erano delle testimonianze, testimonianze che però erano contraddittorie assolutamente, per cui noi abbiamo evitato di tenere conto di questo chiaccherii di paese, perché c’erano testimonianze sia in un senso che nell’altro, e abbiamo chiesto direttamente alla signora e abbiamo cercato di indagare quali fossero i suoi vissuti, tanto è vero che la volta dopo ci ha portato le foto del bambino per farci vedere che non aveva affatto la testa grossa, che era un bambino bellissimo (etc). BARALE: Se posso aggiungere qualche cosa... GIP: Barale, per cortesia, deve dire. BARALE: è un punto importante questo. GIP: Deve dire sempre il nome. BARALE: Ah, Barale. GIP: Non perché ci tengo, per la fonoregistrazione. BARALE: In sostanza, dall’estrema frammentarietà delle cose che si sono dette e si sono raccolte in giro intorno a questo aspetto della testa grossa, che è stato – ripeto – approfonditamente indagato, non emerge nulla che faccia pensare ad un atteggiamento delirante della signora verso il figlio o a un atteggiamento di preoccupazione materna particolarmente rilevante da sconfinare sul versante psicopatologico o della ferita narcisistica così grave da risultare intollerabile. Nulla di tutto questo con grande chiarezza, con grandissima chiarezza e serenità, è emerso durante i colloqui. Lei era presente, prof. Fornari. GIP: Va bene, il professor De Fazio vuole chiudere l’intervento... ANNAMARIA ERA DEPRESSA? Le domande più significative poste ai Consulenti tecnici del Giudice, sia da parte dei Consulenti dell’accusa che da quelli della difesa, sono in carattere grassetto corsivo nero. Le risposte in carattere grassetto corsivo blu. FORNARI: Sì. Questi aspetti verrano fuori poi dopo, perché non scorporare il discorso di negazione messo lì così, eh. Perché la signora Franzoni dice che il suo bambino era il più bello del mondo a noi, però dice che ha le gambe a X, le gambe... GIP: Può fare tutte le domande che vuole, però nessuna valutazione. FORNARI: Ok. LUZZAGO: No aspetti, una cosa sulle gambe secche... GIP: No, no, se non le viene chiesto lei non risponda. FORNARI: Cioè, nel senso: che rilevanza hanno dato i periti a tutti quei disturbi che la signora Franzoni aveva da più di un anno, di depressione e di ansia descritta da lei stessa, dopo la nascita di Samuele, al fatto che non dormiva di notte, che s’alzava spesso, che doveva seguire ‘sto bambino, che era preoccupata per questo bambino, accanto alle testimonianze. Io prendo le testimonianze che ci sono nel fascicolo come testimonianze buone, non vado a fare una critica se sono giuste o sbagliate; le testimonianze ci sono e dicono che Annamaria Franzoni era continuamente preoccupata per il calore che emanava dalla testa di suo figlio e che continuamente gli misurava la febbre con il termometro. Questo è un dato che secondo me non è un dato che rientri nella più assoluta normalità. Che cosa ne hanno fatto loro di questo? GIP: è una valutazione. Ecco, l’avete presa in considerazione? LUZZAGO: L’abbiamo... BARALE: L’abbiamo già detto. LUZZAGO: L’abbiamo preso in considerazione, questa è la tes... è una... GIP: Luzzago al microfono. LUZZAGO: Mi scusi. L’abbiamo presa in considerazione, questa è una testimonianza, è pari pari con le testimonianze che la signora non aveva... con altre testimonianze che dicevano che la signora non aveva mai manifestato preoccupazione per il bambino, per la sua... la testa grossa (etc). GIP: Quindi, scusate, il collegio ha preso in considerazione queste testimonianze... LUZZAGO: Tutte le testimonianze. GIP: ... e in particolar modo quelle riferite alle preoccupazioni della mamma per le condizioni di salute del figlio? LUZZAGO: Esatto, esatto. BARALE: Posso aggiungere...? GIP: E le ha complessivamente valutate come, se può ripetere? LUZZAGO: Come ininfluenti rispetto a quello che ci interessava stabilire e sapere. GIP: Per quale ragione ininfluenti, chiede l’Accusa? LUZZAGO: Ininfluenti perché assolutamente contrastanti e assolutamente... a tipo di voce, cioè, una mamma diceva una cosa, una mamma ne diceva un’altra. Dobbiamo dire che nell’insieme delle testimonianze erano preponderanti quelle che la Franzoni non aveva mai espresso problemi, preoccupazioni, né per la testa, né per il calore e né per niente del figlio. BARALE: Posso aggiungere? Allora, nell’insieme delle testimonianze raccolte ed esaminate erano decisamente preponderanti le testimonianze che non attribuivano particolare importanza a questi aspetti, che descrivevano Annamaria Franzoni come una normale madre un pochino semmai... un po’ più preoccupata qualche volta dei propri figli, ma come avviene a milioni di madri su questa terra, molto affettuosa e molto premurosa. Ma non solo per questo, ma la congruenza di questa immagine era decisamente più forte con quanto abbiamo visto durante la perizia; vale a dire che non c’era un atteggiamento delirante di Annamaria Franzoni sul figlio, una maternalità così preoccupata e così angosciata. Questo è quanto emerso con chiarezza durante il corso delle operazioni peritali. GIP: Scusi è emerso dai colloqui? BARALE: Dai colloqui, dai colloqui avuti. Posso aggiungere qualche cosa sulla depressione. Annamaria Franzoni non è affatto rimasta depressa tutto questo tempo, prof. Fornari, ha avuto un periodo di vaghissimo episodio depressivo un attimo prima, durante un periodo particolarmente, duro della malattia del figlio (etc.), che si è risolto senza terapia farmacologica nel giro di una settimana o dieci giorni, semplicemente facendo un periodo di soggiorno presso la casa dei genitori. Quindi non è vero, non abbiamo avuto nessun elemento, dal punto di vista non solo dei colloqui che abbiamo avuto ma anche della accuratissima ricostruzione anamnestica che abbiamo fatto, che possa avvalorare la tesi che fosse una madre costantemente angosciata e depressa. Questa è proprio una illazione del tutto arbitraria, insomma, rispetto a quanto abbiamo visto. LUZZAGO: Ecco. GIP: I fenomeni da DSM o inquadrabili nel DSM. BARALE: Nessuna patologia inquadrabile né sull’asse primo né sull’asse secondo del DSM quarto. LUZZAGO: Aggiungo un piccolo particolare: è vero che ci sono testimonianze che dicevano che il bambino aveva le gambe secche, ma nell’incontro con noi la signora Franzoni, quando descrive il marito, come aveva conosciuto il marito, dice: “Aveva le gambe secche, non era nemmeno bello, aveva le gambe secche”. Perciò, cioè, questa rilevanza delle gambe secche è estremamente poco... GIP: Lei dice che è una cosa più affettuosa che patologica? LUZZAGO: Esatto, un modo di parlare, è una identificazione semmai tra il figlio e il marito su questo aspetto, che oltrettutto la signora nega perché dice che era un bambino bellissimo. PM DR. CUGGE: Volevo fare una domanda. GIP: Un attimo che forse il prof. De Fazio vuole aggiungere qualcosa su questa vicenda delle gambe secche. DE FAZIO: Ma io cercavo un punto in cui... GIP: Va beh, si riserva di farlo dopo. DE FAZIO: C’è nella perizia ma non riesco a trovarlo. GIP: Pubblico Ministero. PM DR. CUGGE: Sì. Volevo chiedere questo, proprio riallaciandomi alle ultime considerazioni della professoressa Luzzago: lei ha detto che rientra un po’ nel linguaggio... secondo voi rientrava nel linguaggio familiare, queste gambe secche; avete affrontato e come avete analizzato e risolto la questione che – come dite voi – ci sono delle testimonianze minoritarie che indicano la perizianda come preoccupata per questa testa o comunque le dimensioni della testa del bambino, con quanto lei stessa dichiara nelle diverse occasioni in cui è stata sentita, che in casa il bambino lo chiamavano oltre che Gambe a X, anche Nanetto. BARALE: Anche? PM DR. CUGGE: Nanetto. BARALE: Scusi dottoressa, cero che abbiamo affrontato queste cose. PM DR. CUGGE: Volevo sapere come, eh. BARALE: Ma ci mancherebbe altro che non avessimo preso in considerazione questi aspetti. Beh, l’evidenza che abbiamo avuto è che – come dire? – l’isolamento di queste parole, Nannetto, Gambe secche, Testa grossa, fosse un tipico effetto che nel nostro linguaggio si chiama “aprés q”, vale a dire, dopo quello che è avvenuto allora, sono stati isolati tra le centinaia di cose che si dicono nel linguaggio domestico e familiare queste tre parole, prese come... a supporto di un’ipotesi. Capisce? Gambe secche, Nannetto... ma tutte quante le mamme dicono “Oh ma il mio bambino con le gambe grosse, il mio bambino che c’ha il testone...”, ecco, questi elementi sono stati presi “aprés q”, come diciamo nel nostro linguaggio, messi insieme, pochissimi e isolati nel contesto di tutta una serie di altre testimonianze e di altri atteggiamenti documentatissimi, a supporto di una tesi. Capisce? Certo che abbiamo ravvisato queste cose ma non hanno nessuna congruenza con l’atteggiamento psicologico e con la storia psicologica della donna. PM DR. CUGGE: Io le chiedevo solo se avevate analizzato, senza entrare in valutazioni di carattere... BARALE: Certamente, sono state analizzate... PM DR. CUGGE: ... probatorio o ipotesi probatorie che non competono... BARALE: ... molto approfonditamente. PM DR. CUGGE: ... al collegio peritale. DE FAZIO: Posso introdurre un argomento? GIP: Solo un attimo, è comparso il signor Stefano Lorenzi, che come persona offesa richiede l’autorizzazione di tutte le parti per assistere? C’è opposizione del Pubblico Ministero? PM DR. CUGGE: Nessuna opposizione. GIP: Allora diamone atto a verbale che “Compare Stefano Lorenzi. Il Giudice, sentite tutte le parti, visto l’art. 401 comma terzo C.p.p., ne autorizza la presenza”. Va bene. BARALE: Posso intervenire, dott. Gandini? GIP: Sì. BARALE: Volevo precisare che non intendo affatto entrare nell’ordine probatorio, non è una cosa che ci compete questa, faceva semplicemente un discorso sulla congruenza e la pertinenza dal punto di vista psicopatologico degli elementi che lei ma ha proposto, che sono davvero del tutto irrilevanti. GIP: Va bene. Altre domande? DE FAZIO: Io vorrei aggiungere una cosa. GIP: Su questo tema? DE FAZIO: Sì, su questo tema, sul piano proprio della correttezza dovuta alla Corte. Cioè noi, abbiamo fatto la perizia in un contesto collegiale nel quale abbiamo sempre chiesto, a parte il fatto che poteva avvenire anche durante il corso dei colloqui, ma abbiamo sempre chiesto, ritualmente chiesto alla fine di ogni colloquio se... e anche nelle interruzioni, nelle tappe del colloquio, se i consulenti volessero introdurre qualche argomento. Ora mi spiace ma nell’ambito di una perizia collegiale, fatta proprio con la totale collegialità, la presenza intorno allo stesso tavolo dei consulenti, se... e questo lo dico in termini... perché è importante sul piano generale chiarirlo, che i consulenti avevano la facoltà ma non la facoltà soltanto data dal Codice ma anche dal setting peritale, che era un setting tranquillo, insomma un setting in cui c’erano posizioni rigide ma una ricerca di elementi di giudizio da parte di tutti. Ora io praticamente ho mentalizzato, esattamente come ha detto il prof. Barale, il chiamare il figlio Nanetto, la testa grossa o non grossa, non è stato... per ciò che riguarda noi periti la risposta l’ha data il prof. Barale, però dico: per ciò che riguarda i consulenti di parte, insomma se queste cose assumevano un qualche rilievo potevano benissimo farcelo presente. GIP: Però non c’è un problema di corretezza, loro hanno diritto di farle anche oggi queste valutazioni. DE FAZIO: No, ma non... GIP: Non è in discussione la corretezza delle operazioni. DE FAZIO: Signor Giudice, non discuto il diritto, discuto solo il setting peritale; il setting peritale che è stato attuato era un setting peritale collegiale, Questo dovevo chiarirlo, insomma. GIP: Questo è già stato chiarito. Accusa?


In altre parole, la statuizione del Professor (?) Massimo Picozzi, che riconosceva nella signora Franzoni una persona capace anche di poter uccidere, oltre a non essere per nulla convincente sul piano scientifico è del tutto nulla dal p.d.v. della valutazione giuridica in sede di determinazione della colpevolezza.
Se anche la Franzoni fosse stata poi la colpevole, non c'è dubbio che a mio e nostro (molti miei amici e colleghi) avviso, la signora Franzoni era al momento del delitto in uno stato di azione dovuto a benzodiazepina, nonché uno stato conseguente a forma ansiosa accentuatasi durante le prime ore della mattina, inoltre in uno stato di probabile restringimento di coscienza (e quindi di consapevolezza), al punto da non poter essere determinata in capo alla medesima una piena e anche parziale responsabilità per l'omicidio.
In altre parole, se anche fosse stato provato che è stata lei, non sarà mai accettato che la Signora Franzoni abbia agito in piena coscienza e volontà, ma al contrario sotto l'effetto di una grave limitazione dello stato di consapevolezza e coscienza, derivante da aspetti dissociativi temporanei e intermittenti, con probabile depersonalizzazione, per quanto con apparenza di parziale lucidità.
Insomma, più che lucida la Franzoni sembra lucida ma in realtà era in uno stato di notevole abbassamento del livello di vigilanza. Quindi, nei paesi anglosassoni, non sarebbe stata considerata imputabile (ma affidata a struttura alternativa al carcere cioè a cure obbligatorie in ambiente protetto o meno, da valutare e monitorare di frequente).
Una nota: la signora Franzoni, rientra nelle poche eccezioni di madri che uccidono un figlio senza mai aver reso una successiva ammissione del fatto: in altre parole, di 100 madri che uccidono i figli, 97% (statistiche usa), finiscono prima o tardi con l'ammetterlo, almeno entro i cinque anni successivi.
La dottoressa che ha svolto le funzioni della procura, l'abbiamo vista anche in una recente trasmissione televisive, ma debbo concludere che non essendo una persona di scienza ma di conoscenza giuridica, non può capire che una persona agisca in modo dissociato: per le persone di formazione giuridica o uno capisce e vuole oppure non capisce e non vuole. Mentre purtroppo noi sappiamo che esistono almeno una decina di situazioni intermedie e determinate da un centinaio di cause neurologiche e psichiatriche differenti e senza mai ricorrere ad astruse quanto non scientifiche teorie psicodinamiche!
Potrei dire che siamo in grado di poter prevedere il tipo di attività di alcune aree cerebrali di molti tipi di pazienti, compreso anche la signora Franzoni, almeno alla Spect funzionale. Ne abbiamo eseguite a centinaia nei soggetti in detenzione per crimini violenti e tra una decina di anni disporremo di una specie di diagnosi funzionale psichiatrica, tutta strumentale, oltre all'analisi del profilo genetico di alcune combinazioni di geni (linked geni e forme pleiotrofiche peculiari).

Un docente universitario di Neurologia a Napoli propone qui una versione inedita ed assolutamente originale della vicenda di Anna Maria Franzoni.

Premetto che non ho alcun dubbio sulla colpevolezza di Anna Maria Franzoni, sia per le modalita' del delitto che per la mancanza di alternative plausibili. Ma le motivazioni del suo gesto restano tuttora oscure.
Le due perizie eseguite non sono state illuminanti. La prima non mette in evidenza alcunche' di patologico, mentre nella seconda si e' voluto identificare una qualche incapacita' di intendere e di volere di breve durata. Mi ha incuriosito un aspetto della vita della Franzoni, mai sottolineato prima d'ora: aver voluto dare ai suoi tre figli nomi di origine ebraica, Davide, Samuele, Gioele, tratti da personaggi presenti nei due libri (I e II) di Samuele della Bibbia. Non vorrei sbagliarmi, ma la Franzoni non e' di religione ebraica e nella sua famiglia o in quella del marito non ricorrono nomi ebraici, ad eccezione del nome della protagonista, Anna. Nessun consulente del Tribunale e nessuno dei numerosissimi giornalisti, che si sono buttati a capofitto nella vicenda, ha mai chiesto conto di questo particolare aspetto. Una maggiore curiosita' da parte dei consulenti del Tribunale avrebbe forse potuto aprire nuovi orizzonti nella vicenda.



La mia impressione e' che tutto ruoti intorno ai due libri di Samuele. In essi si parla soprattutto del ciclo di Davide e di come egli sia divenuto il campione dell'esercito d'Israele: il nome del primo figlio della Franzoni e', guarda caso, Davide. Altre due circostanze rilevanti: il nome della protagonista del primo libro di Samuele e' Anna, come la Franzoni; il figlio di Anna nella storia biblica si chiama Samuele, come la povera vittima.
Nello stesso libro e' descritta la nascita miracolosa di Samuele. «(…) Poi [Anna] fece questo voto: Signore degli eserciti, se vorrai considerare la miseria della tua schiava e ricordarti di me, se non dimenticherai la tua schiava e darai alla tua schiava un figlio maschio, io lo offriro' al Signore per tutti i giorni della sua vita e il rasoio non passera' sul suo capo (….) Cosi' al finir dell'anno Anna concepi' e partori' un figlio e lo chiamo' Samuele. Perche' - diceva - dal Signore l'ho impetrato. (…) Per questo fanciullo ho pregato e il Signore mi ha concesso la grazia che gli ho chiesto. Percio' anch'io lo do in cambio al Signore: per tutti i giorni della sua vita egli e' ceduto al Signore (…)». Tutto cio' mi ha fatto ipotizzare che anche la Franzoni, immedesimandosi nella protagonista del racconto biblico, avesse concepito per il figlio Samuele un grande destino. Successivamente, delusa per qualche motivo sconosciuto dal comportamento del figlio o da qualche suo problema di salute, in un momento di confusione mentale l'abbia in qualche modo voluto punire.
O forse la spiegazione e' ancora una volta nella Bibbia ed esattamente nel Levitico. «Parla ad Aronne e digli: nelle generazioni future nessun uomo della tua stirpe, che abbia qualche deformita', potra' accostarsi ad offrire il pane del suo Dio; perche' nessun uomo che abbia qualche deformita' potra' accostarsi: ne' il cieco, ne' lo zoppo, ne' chi abbia il viso deforme per difetto o per eccesso (…)».
Infatti nella perizia psichiatrica del luglio 2002, a firma di Barale, De Fazio e Luzzago, e' riportata la testimonianza di una conoscente della Franzoni, Paola Croci. La Croci riferisce che in tre occasioni, due volte all'asilo e un'altra volta al compleanno della sua bambina nel marzo 2001, la Franzoni le aveva detto sorridendo che «Samuele aveva la testa grossa e che sembrava un nanetto».

Certamente non vi era nella Franzoni alcun desiderio di uccidere, tant'e' che il povero Samuele era ancora vivo quando sopraggiunse l'eliambulanza.
Interessante e', infine, l'idea di avere voluto un altro figlio dopo la morte di Samuele: esprime il desiderio della Franzoni di sostituire in qualche modo il piccolo Samuele con un nuovo soggetto forse piu' rispondente ai suoi desideri. Questo nuovo figlio sara' chiamato Gioele. Non a caso il nome del primo figlio di Samuele nel racconto biblico e' Gioele, come il terzo figlio della Franzoni.

Pietro Carrieri 
Fonte: www.lavocedellevoci.it
Link: http://www.lavocedellevoci.it/news1.php?id=91
15.01.2009

 dottor Giovanni Migliaccio ogni anno esegue personalmente dai 200 ai 250 interventi al cranio e alla colonna vertebrale. Dopo aver letto il referto dell’esame necroscopico compiuto dal professor Francesco Viglino e gli atti dei tre processi che hanno condannato Annamaria Franzoni, il dottor Migliaccio s’è persuaso che il piccolo Samuele sia morto per cause naturali. «Purtroppo anche nell’ultima sentenza della Cassazione leggo soltanto che “la possibilità dell’azione di un estraneo è stata esclusa al di là di ogni ragionevole dubbio”. I giudici perseverano nell’errore di fondo: quello che si dovesse comunque ricercare un colpevole. Mentre in questo caso il colpevole non c’era. L’ipotesi della morte naturale non è stata neppure considerata. Nessuno - investigatore, perito medico o magistrato che fosse - s’è preso la briga di vagliarla».
Il neurochirurgo va ripetendo da anni queste cose, ma l’unica che ha sposato la sua tesi è stata la Torri. «Abitava a 500 metri da qui, per mesi ha frequentato casa mia. Le ho messo a disposizione documenti clinici, carte processuali, tutto ciò che sapevo. Se ne è servita con qualche imprecisione. Ma scrivere non è il mio mestiere, né la medicina era il suo. Io speravo solo che un libro smuovesse le acque, ero convinto che qualcuno si sarebbe deciso a valutare la possibilità di un madornale errore giudiziario. Stiamo parlando di una presunta innocente, la quale, dopo aver perso il suo bimbo in quel modo terribile, viene strappata agli affetti che le rimangono, al marito Stefano, ai figli Davide e Gioele, e incarcerata. E invece niente, non è successo niente».

E qual è la verità?
«Primo: nel cervello del bimbo si rompe un aneurisma, cioè l’anomala dilatazione congenita di un’arteria. Secondo: si produce un versamento ematico; il sangue finisce negli spazi subaracnoidei, cioè fra le pieghe dell’encefalo, e nei ventricoli cerebrali, che sono le cavità naturali in cui è contenuto il liquor cerebrospinale. Terzo: l’aumento della pressione endocranica, provocato dal versamento ematico, scatena una crisi epilettica. Quarto: il cervello in sofferenza si gonfia rapidamente. Quinto: poiché la scatola cranica non è espansibile, l’aumento di volume dell’encefalo crea inevitabilmente una compressione del tronco cerebrale, ciò che irrita il centro del vomito. Sesto: la crisi epilettica dà luogo a contrazioni violente del capo e degli arti; la testa e le braccia subiscono brusche flessioni in avanti, all’indietro e di lato, vanno a sbattere contro la spalliera del letto e contro il comodino, il che spiega le fratture del cranio e le contusioni al secondo e terzo dito della mano sinistra».
Com’è arrivato a queste conclusioni?
«Leggendo la perizia necroscopica e guardando le foto dell’autopsia che mi sono state messe a disposizione dal suocero della Franzoni. Il professor Viglino descrive come “fortemente appiattite” le circonvoluzioni dell’encefalo, parla di “solchi ripieni di materiale ematico per la diffusa emorragia subaracnoidea” e accerta l’inondamento dei ventricoli cerebrali. Tutte situazioni tipiche del sanguinamento da aneurisma».
Può citarmi casi simili riportati nella letteratura scientifica?
«Casi così paradigmatici non ne conosco. Però questo non significa nulla. È possibile che non siano stati esaminati a fondo oppure che li abbiano archiviati erroneamente sotto altre cause. Esempio: un muratore precipita dall’impalcatura dell’ottavo piano e muore; gli inquirenti si concentrano sulla mancanza delle misure di sicurezza, nessuno va a controllare se il poveretto ha perso l’equilibrio per la rottura di un aneurisma cerebrale»


Enrico Manfredi D'Angrogna Luserna von Staufen, autore della "svolta nelle indagi ni difensive" poi smontata dall'accusa, si era inventato anche l'appartenenza a un nobile casato sabaudo. Il tribunale: d'ora in poi si chiamerà solo Enrico Manfredi

Come in una saga donchisciottesca, si infrange contro la dura realtà delle proprie umili origini la storia di Enrico Manfredi D'Angrogna Luserna von Staufen, il medico legale che voleva passare ai posteri come erede di una nobile famiglia sabauda e resta, invece, nella schiera dei comuni mortali, da oggi e per sempre come Enrico Manfredi. Sono falsi gli atti di nascita e di morte dei suoi antenati nelle anagrafi e nelle parrocchie sparse per il Piemonte. Sono falsi anche i certificati di matrimonio. I giudici non hanno potuto condannarlo a una pena carceraria, perché i fatti sono prescritti, ma lo hanno condannato alla peggiore vergogna: hanno depennato tre dei suoi quattro cognomi, che lui ancora durante il processo ha difeso con ogni strumento.

E il falso, per Enrico Manfredi, sembra fedele compagno di una sfortunata carriera giudiziaria: è lui l'uomo che i giudici di Torino sospettarono essersi macchiato di una ben più grave "manipolazione", quella delle prove contro Annamaria Franzoni nell'inchiesta sul delitto di Cogne. Portava anche la sua firma, nobile, la consulenza che fu presentata dall'avvocato, Carlo Taormina, come la madre di tutte le perizie: 300 pagine con appendice dedicata alla "idrossiapatite", la misteriosa sostanza ritrovata dal pool di suoi tecnici nottetempo nel garage della villetta, insieme a un'impronta  che, secondo la difesa, doveva essere stata lasciata dal vero assissino durante la fuga. Le tracce all'inizio risposero positivamente al luminol e la Franzoni denunciò il guardiaparco di Cogne accusandolo del delitto. Ma l'intera ricostruzione di Taormina venne poi smontata pezzo pezzo dal professore Carlo Torre che dimostrò come l'idrossiapatite non fosse il sangue del bambino ma tracce di escrementi di cani e gatti. Tutti furono accusati di frode processuale ma il pm Giuseppe Ferrando, prima di chiudere le indagini battezzate Cogne-bis, chiese l'archiviazione. Ancora nel 2014, durante l'appello, il procuratore generale Vittorio Corsi volle che gli atti contro Enrico Manfredi D'Angrogna Luserna von Staufen fossero rimandati alla procura per un approfondimento.

Solo che da due anni il medico legale di Torino, in servizio all'Università di Pavia, aveva perso la casata. Era tornato sul banco degli imputati, questa volta grazie al Corpo della nobiltà italiana, che al termine delle minuziose verifiche di esperti, messe in moto dalle richieste di Manfredi, era rimasto insospettito dalla dissonanza di un sofisticato dettaglio. L'atto manoscritto di morte dell'antenato Giovanni Amedeo Manfredi D'Angrogna Luserna Von Stauffemberg,
prova principe dell'alto lignaggio, era intestato: "Diocesi di Vittorio Veneto, 30 dicembre 1917". "Cosa che è impossibile - scrive il giudice nella sentenza - perché la Diocesi di Vittorio Veneto assunse questa denominazione solo nel 1939, mentre in precedenza era denominata Diocesi di Caneda così come la città di Vittorio Veneto è stata formalmente ridenominata così con atto successivo alla fine della guerra".

http://torino.repubblica.it/cronaca/2016/04/07/news/titolo-137149855/




Secondo e più clamoroso caso, quello di Olindo e Rosa



Occorre sapere bene per chi si lavora. Mai viste cose come queste in video e tenete conto che il video parte solo da un punto molto avanzato del colloquio.
Tenete anche presente che una perizia di Rosa e Olinda non è mai stata ammessa, quindi ci chiediamo  per chi si sta lavorando in questo video?

Qui parla l'avvocato difensore, che ha lavorato per quanto possibile in forma gratuita. Guardate, il caso di Cogne e questo di Erba, sono quelli che ci hanno mostrato come gli apparati di indagine scientifici, spesso commettono errori grossolani, e a volte, ci sono situazioni non proprio trasparenti e chiare per chi assiste dalle cronache, come noi. Ne abbiamo viste di tutti i colori nel caso di perugia, Amanda e Sollecito, e nel caso di Chignolo, quello cioè di Yara.
Continuando di questo passo, questi operatori professionali in genere, anche quelli di parte privata, finiranno per squalificarsi completamente e in modo definitivo.








Vediamo alcune situazioni per capire come le vicende di molti personaggi, noti e meno noti e spesso del tutto sconosciiuti al pubblico, si intrecciano in modo inesplicabile e non conosciuto  da quasi nessuno.

LE FOTO CONTRADA-DI PIETRO ASSUMONO UN RILIEVO ANCORA PIÙ INTERESSANTE SE COLLEGATE AL VERBALE CHE “PANORAMA” HA RISCOPERTO: SI TRATTA DI UN INTERROGATORIO DATATO 2 LUGLIO 1995. A SUBIRLO È PROPRIO DI PIETRO, CHE SI È DIMESSO DALLA MAGISTRATURA SETTE MESI PRIMA, IL 6 DICEMBRE 1994, E IN QUEL PRECISO MOMENTO È INDAGATO A BRESCIA IN QUELLO CHE VERRÀ DEFINITO IL "DIPIETROGATE" UN VERBALE NEL QUALE TONINO PROSPETTAVA I SUOI STRANI PIANI DOPO L’ADDIO ALLA TOGA: - “PROGRAMMARE L’INGRESSO AL SISDE, PER RICOMINCIARE DA DOVE ERO RIMASTO”…. - LEDEEN (AGENTE CIA): “DI PIETRO CENÒ DA ME” - LUTTWAK (SERVIZI USA): “FU MIO OSPITE” - (NON SOLO. GLI INVIATI ITALICI IN USA RICORDANO A DAGOSPIA CHE, NEL '95, DI PIETRO EBBE PROPRIO L'"AGENTE'LEEDEN" COME TRADUTTORE A UNO SPEECH UNIVERSITARIO NEGLI STATES) -


1 - "PROGRAMMARE L'INGRESSO AL SISDE, PER RICOMINCIARE DA DOVE ERO RIMASTO"....
Maurizio 
Tortorella per "Panorama"
Un mucchietto di foto, che avrebbero dovuto essere distrutte, e invece emergono dopo oltre 17 anni di oblio. E un interrogatorio, anch'esso totalmente dimenticato, che risale al 1995. Sono gli elementi del caso che dall'inizio del mese sta assediando Antonio Di Pietro, presidente appena confermato dell'Italia dei valori.
DIPIETRO GIOVANE
Il 2 febbraio il "Corriere della sera" ha pubblicato alcune immagini che ritraggono l'ex pm al tavolo di una cena romana, il 15 dicembre 1992, seduto aldi la sinistra di Bruno Contrada, alto funzionario del Sisde, e vicino ad altri personaggi del ramo: come Fausto Del Vecchio, colonnello del Sisde; o come Rocco Mario Mediati, un «investigative specialist» della Kroll security services americana.
DIPIETRO GIOVANE
L'imbarazzo, che per tanto tempo ha fatto tacere Di Pietro sull'episodio, è forse dovuto alla vicinanza con tanti 007 e al fatto che nove giorni dopo quell'incontro Contrada sarebbe stato arrestato per associazione mafiosa.
Tanto che il "Corriere" ha scritto che quel 24 dicembre partì un vortice di telefonate perché le immagini scomparissero. Di Pietro ha opposto molti «non ricordo», e sostanzialmente ha reagito male: «Solo menti malate» ha detto «possono pensare che ho fatto quel che ho fatto nella mia vita per una spy story».
Ma le foto assumono un rilievo ancora più interessante se collegate al verbale che "Panorama" ha riscoperto: si tratta di un interrogatorio datato 2 luglio 1995. A subirlo è proprio Di Pietro, che si è dimesso dalla magistratura sette mesi prima, il 6 dicembre 1994, e in quel preciso momento è indagato a Brescia in quello che verrà definito il «Dipietrogate»:
DIPIETRO GIOVANE
alla base dell'accusa, poi negata in vari giudizi, sono le presunte, indebite pressioni che l'ex pm avrebbe esercitato su una serie di indagati milanesi di Mani pulite allo scopo di ottenerne vantaggi economici per sé, parenti e amici. Il magistrato titolare dell'inchiesta bresciana è Fabio Salamone.
Davanti a lui Di Pietro si presenta con una grande valigia zeppa di documenti. Ed esplode in quello che Salamone, due anni dopo estromesso in malo modo dall'inchiesta e oggi procuratore aggiunto a Brescia, ricorda come un monologo durato 16 ore, nel quale l'indagato parlò di sé e del groviglio di ambizioni e di paure che lo circondava.
DIPIETRO GIOVANE
Nell'interrogatorio Di Pietro prospetta un piano ambiguo, a cavallo tra la politica e i servizi segreti.
Al capitolo 12 del verbale, intitolato «il progetto strategico per il futuro», detta per sommi capi la sua tabella di marcia al momento delle dimissioni: «Completare le inchieste sulla Guardia di finanza; raccogliere le prove fondamentali sul gruppo Berlusconi, lasciando il proseguimento dibattimentale ai colleghi (del pool Mani pulite, ndr) per non trovarsi bloccato per altri due anni; completare il processo Enimont; andare fuori ruolo».
DI PIETRO
Ed ecco la parte più interessante, dove Di Pietro detta i passi successivi: «Programmare l'ingresso al Sis (il Servizio dei controllori dell'amministrazione fiscale, ndr) o al Sisde per ricominciare da dove ero rimasto».
La formula è davvero sorprendente, e non è mai stata compiutamente analizzata. Però la frase «per ricominciare da dove ero rimasto», subito dopo la sigla «Sisde», legittima l'ipotesi di scenari che ben si collegano alla fotografia con Di Pietro seduto accanto a Contrada e agli altri ufficiali dell'intelligence.
ANTONIO DI PIETRO IDV
Anche perché nel verbale l'ex pm insiste con i piani, e guarda sempre più in alto: «Il progetto Mani pulite 2, con il ricomponimento del pool sotto il Sis; l'anagrafe tributaria; la direzione del Sisde ».
Infine: «Il progetto Mani pulite 3, con la ricostruzione (dell'Italia, ndr), il ricambio della classe dirigente, nuove leggi e nuovi agglomerati politici; la divulgazione di Mani pulite nel mondo».
Nella vicenda s'inserisce poi un'altra fotografia, pubblicata il 9 febbraio dal "Giornale". Qui Di Pietro, di fronte a una bottiglia di limoncello mezza vuota, scherza tra le braccia di un signore barbuto: è lo psicologo Pietro Rocchini, un fan dipietrista della prim'ora, poi nel 1995 fondatore del movimento Mani pulite e per lungo tempo portavoce e organizzatore nelle piazze d'Italia della propaganda a favore dell'ex pm, ormai lanciato verso la politica.
DI PIETRO SI DIMETTE - 6 DIC 1994
La foto davanti al limoncello appartiene a quel periodo di totale contiguità: da dove nasce l'imbarazzo, allora? Dal fatto che da almeno un decennio Di Pietro rinnega ogni conoscenza con Rocchini. Nel 2000 l'ha fatto addirittura davanti ai giudici, in un'aula del tribunale di Monza, dove Rocchini lo aveva convocato come teste in un processo per diffamazione.
DI PIETRO CON LA MOGLIE
Rocchini sostiene che alla base del voltafaccia c'è la partecipazione di Di Pietro a una conferenza americana, organizzata nell'estate 1995 dal politologo Edward Luttwak: «Tornò in Italia» dice oggi Rocchini «e lo sentii cambiato. Era come se negli Usa il nostro progetto di dare vita a un partito fosse stato accolto con freddezza. Da allora Di Pietro non parlò più di rinnovare la classe politica italiana. L'impressione fu che certi circoli americani gli avessero fatto intendere di preferire un Di Pietro dentro al sistema dei partiti, anziché fuori».
DI PIETRO
Gli appassionati delle coincidenze sospette ricorderanno che nemmeno un mese fa si è scoperto che Luttwak è stato per anni un consulente doviziosamente retribuito del Sismi, il servizio segreto militare italiano.
E altri ricorderanno che lo stesso Luttwak il 6 dicembre 1994, poche ore dopo l'annuncio dell'abbandono della toga da parte di Di Pietro, mostrò capacità divinatorie e si disse sicuro di una discesa in campo dell'ex pm. Testuale: «Le sue dimissioni sono un passo verso la normalizzazione della politica in Italia».
Soltanto coincidenze, certo. Sta di fatto che con Rocchini il vero gelo inizia nel giugno del 1996, quando Di Pietro, che fino a quel momento ha condiviso le simpatie dell'amico per la destra, annuncia ancora una volta il rinvio di un proprio partito.
OSCAR GIANNINO EDWARD LUTTWAK - COPYRIGHT PIZZI
La decisione viene criticata da Rocchini, che lo accusa di aver rinunciato per le «pressioni americane» e di essere stato convinto negli Stati Uniti ad appoggiare «una determinata parte politica». L'ex pm smentisce, ma subito dopo diventa ministro dei Lavori pubblici nel governo di Romano Prodi. E due anni più tardi fonda l'Italia dei valori.
LUTTWAK
2 - LA CIA È VICINA! - LEDEEN: "DI PIETRO CENÒ DA ME". E LUTTWAK: "FU MIO OSPITE" - LA RICOSTRUZIONE DEL VIAGGIO CHE L'EX LEADER DI MANI PULITE FECE A WASHINGTON NEL '95 - LO STORICO E IL POLITOLOGO, DUE TIPINI SEMPRE DETESTATI DALLA SINISTRA PER I LORO LEGAMI CON I SERVIZI, OGGI SI "GIUSTIFICANO" COSÌ: LO INVITAMMO PERCHÉ ERA UNA PERSONA IMPORTANTE...
Maurizio Caprara per il "Corriere della Sera" (19-01-2010)

La visita evocata da suoi detrattori per insinuare l'esistenza di una regia della Cia dietro Mani pulite è ricordata da più d'una delle persone che accolsero a Washington Antonio Di Pietro. Era il 1995. L'anno prima che l'ex sostituto procuratore delle inchieste sulle tangenti entrasse in politica, quando l'attuale presidente dell'Italia dei Valori non aveva ancora accettato un ministero nel governo Prodi dopo aver respinto precedenti offerte di Silvio Berlusconi. I due americani che "il Giornale", testata del fratello del presidente del Consiglio, ha indicato ieri come i promotori di due conferenze tenute da Di Pietro ne parlano senza difficoltà.
EDWARD LUTTWAK E SIGNORA - COPYRIGHT PIZZI
«Venne a cena da me. Avevamo a casa soprattutto un gruppo di avvocati», rammenta Michael Ledeen, il quale aveva invitato Di Pietro a tenere un discorso American Enterprise Institute, centro studi vicino ai repubblicani. «Incontravamo tutte le persone importanti, sulla stampa. E abbiamo invitato Di Pietro», dice Edward Luttwak, il quale lo ebbe ospite per una conferenza al Centro di studi strategici internazionali.
LUTTWAK
In sé, non ci sarebbe nulla di strano. Ma i due personaggi citati dal "Giornale" sono sgraditi all'elettorato di sinistra senza casa in seguito al crollo di Rifondazione e Pdci che Di Pietro ha interesse ad attrarre nelle regionali. "Libero" ha attaccato l'ex pubblico ministero attribuendogli «foto difficili da spiegare» con «sbirri e servizi» in Italia.
Dipietro ContradA FOTO CON DIDASCALIA DA PANORAMADIPIETRO CONTRADA FOTO CON DIDASCALIA DA PANORAMA
Per presentare i due americani, "Giornale" ha fatto notare: «(...) sono stati descritti come i peggiori criminali della storia proprio dalla stampa amica del leader Idv: il primo, Luttwak, perché ripetutamente intercettato mentre parlava con lo 007 Pio Pompa, con il quale aveva assidue intercettazioni di intelligence, nell'inchiesta sul sequestro Abu Omar; il secondo perché responsabile, secondo Repubblica, d'aver aiutato nel 2001 il governo Berlusconi, attraverso il Sismi (...)».
DI PIETRO CON ROCCHINI
La parola ai due. «Di Pietro veniva a Washington per incontrare i funzionari, io l'ho invitato», racconta al "Corriere" Luttwak. Quali funzionari? «Del governo. Non l'ho trasportato io dall'Italia. Era a Washington», risponde. Aggiungendo: «Sono stato con Di Pietro durante il ricevimento. L'ho visto quell'unica volta». Poi, con una risata: «Io non ho complottato per la caduta dell'Impero della Repubblica. Avrei dovuto».
LUTTWAK
Perché? «Su un punto Di Pietro ha le mie simpatie. Su una delle mille controversie in cui si è messo, gli dà ragione chiunque dal nostro lato dell'Atlantico: Craxi, celebrare un fuorilegge. Uno che era primo ministro, e faceva arrestare la gente per rubare una mela, diventa fuorilegge e viene celebrato. Questo crea confusione morale. E Di Pietro ha ragione, gli altri torto».
MICHAEL LEDEEN
Autore di un «manuale» intitolato "Strategia del colpo di Stato", Luttwak non ha mai amato la parte politica oggi avversaria di Berlusconi.
FAbio Salamone procuratore aggiunto a Brescia Da PanoramaFABIO SALAMONE PROCURATORE AGGIUNTO A BRESCIA DA PANORAMA
Interprete tra Ronald Reagan e Craxi in una ruvida telefonata del 1985, mentre il secondo rifiutava la consegna dei sequestratori dell'Achille Lauro, Ledeen ricorda così con il Corriere la visita di Di Pietro: «Era a New York a studiare inglese e voleva venire a Washington. Lo invitammo all'American Enterprise, incontro pubblico. Poi a cena si parlò di legge. Gli demmo buon cibo, vino rosso, grappa e disse che non avrebbe immaginato di stare così bene a Washington». Gli Usa lo spinsero alla politica? «E perché? Non era affare del mio Paese».
Ambasciatore d'Italia a Washington allora era Boris Biancheri. Di Pietro fu suo ospite a pranzo. Spiega Biancheri: «Era l'uomo del momento. In complesso, però, negli Usa non fu accolto come un liberatore. Il crollo di Craxi era stato visto con preoccupazione». Un dettaglio che oggi si trascura: come sottolineò nel 2002 l'ambasciatore di sede a Washington nel 1985, Rinaldo Petrignani, Craxi e Reagan poi superarono («Amici come prima») la crisi di Sigonella. Biancheri: «Craxi, negli Usa, era quello con il merito di aver installato i Cruise».
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