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Chi l'ha visto è da anni un programma che non fa servizio pubblico

Una conduzione, quella del Cavaliere del Lavoro Patrizia Sciarelli, in linea con

gli autori e certamente in sintonia con l'attuale deriva televisiva, in cui si scende palesemente dal ruolo del servizio pubblico per salire sulla macchina del populismo e del trito e ritrito, con allargamento della durata dei programmi.
Basta guardare il Talk show sempre di rai3, dalle otto alle dieci, due ore di chiacchiere diluite inizialmente in un'ora, per arrivare alle due ore, con uno scadimento progressivo,
E si criticava Porta a Porta, per l'effetto bollitore, quando iniziava dopo le 23, per durare a volte oltre le tre ore, in cui il tema della puntata veniva continuamente rimestato e rimestato, appunto effetto calderone, peraltro senza avere ormai un contare su uno share, perché dopo le 24, non ha alcun senso pensare agli indici di ascolto e simili.
Chi l'ha visto, avrebbe potuto essere un programma di servizio pubblico, presentando una sequenza di aggiornamenti sulle tante sparizioni del territorio italico, facendo intervenire i famigliari degli scomparsi, aggiornando le situazioni già presentate, con un taglio semplice, non sensazionalistico, senza vedere la presentatrice incalzare senza respiro, passando da un tema all'altro per mantenere lo share a tutti i costi.
Occorre fare come per il consueto programma del martedì, ormai smantellato definitivamente, proprio perché la concorrenza lo supera puntualmente e perché la stessa rete mette in campo una serie infinita di ore di talk, ormai ridotti a minestroni che fanno rimpiangere quello di Vespa.
A parte che come sappiamo, la rete tre della rai sarebbe dovuta essere soppressa, tema che non è ancora terminato, in quanto è possibile che ci sia una collocazione sul mercato della Rai, nel senso che una parte delle reti Rai sarebbero vendute, mentre il servizio pubblico sarebbe limitato a un paio di reti, senza pubblicità e senza canone, per fare informazione e cultura.
Naturalmente si parla di questa evenienza in caso di cambiamenti politici di rilievo.
In ogni caso, non è certo con una organizzazione e una conduzione come quella che è in onda da ormai 13 anni, che chi l'ha visto svolge un vero servizio pubblico.
Per fare un esempio, voglio accennare a un caso, vecchio quanto il cucco, quello di Simonetta Cesaroni, il delitto di Via Poma, su cui fiumi di articoli di giornale e servizio televisivi sono stati profusi senza risparmio nel corso di un quarto di secolo.

Lo stabile dove è accaduto l'omicidio era ampiamente negli usi dei servizi (civili e militari e della cooperazione) e sappiamo come operano questi servizi: si dotano di imprese ad hoc, si paraventano dietro organizzazioni onlus e con scopi di cooperazione con i paesi poveri, ma anche dispongono di paraventi come società commerciali e di servizi in particvolare.

Simonetta lavorava per una società si è detto legata agli ostelli della goiventù, e anche in questo caso, si è detto, voci dicono, che alcuni personaggi siano trade d'union con i servizi

Nello stabile al momento del delitto erano presenti oltre al portiere e all'ingegnere dell'ultimo piano, altri due condomini, di cui non è mai stato fatto il nome, sempre per ovvie ragioni di opportunità e di sicurezza

Il Porcari
 Ferruccio Pinotti,  riporta i verbali di una deposizione stralciata dall’inchiesta “cheque to cheque”.
Il personaggio che nel 1996 ha rilasciato le dichiarazioni, tale Luciano Porcari, viene definito “uomo di confine tra criminalità e servizi segreti”. Nativo di Orvieto, classe 1940, Luciano Porcari subisce una condanna per la morte della sua ex convivente, è coinvolto nel 1977 nel dirottamento di un aereo e, infine, diviene - è lui stesso a dichiararlo - “broker” per conto di una società operante negli ambienti della cooperazione italiana con l’Africa del Nord.
 La Dolmen, questa
 società, sarebbe stata utilizzata anche come copertura del Sismi. Difficile stabilire quali affari siano passati per le mani di Porcari e ancora più difficile capire come il Sismi abbia utilizzato la Dolmen, sempre ammesso che sia vero. Nel verbale, datato 4 dicembre 1996, l’affarista racconta che la Dolmen aveva un doppione, una Dolmen 2, con sede in via Poma:

“La povera Simonetta Cesaroni era la ragazza incaricata di stipulare i contratti per conto di queste società (legate ai contratti della cooperazione allo sviluppo, ndr) al di fuori del suo lavoro normale e quindi inevitabilmente era a conoscenza di queste operazioni illecite che, come io le ho detto, ho concluso per conto di queste società. Devo precisarle che ho conosciuto gli uffici di via Poma nel 1991, al ritorno dalla Liberia. Come vede tutte le persone che hanno avuto conoscenza delle attività di queste società sono state uccise”.

 morte di Mario Ferraro,

 colonnello del Sismi, ritrovato il 16 luglio 1995 nel bagno della sua abitazione romana, impiccato ad un portaasciugamani. Ferraro stava indagando proprio sugli ambienti della cooperazione italiana, per intenderci roba della Somalia ecc).

Sergio Costa,
genero dell’allora capo della Polizia Vincenzo Parisi. Arriva per primo sulla scena del crimine. Nulla di strano visto che è di turno al pronto intervento del commissariato Prati. Invece no! Sergio Costa, in forza al Sisde dal 1982 al 1996, risulta distaccato presso la Questura di Roma dal primo gennaio al 30 novembre del 1990

Una poliziotta della Mobile si siede alla scrivania utilizzata dalla ragazza e si mette a disegnare una inquietante pupazza. Non contenta scrive sotto una frasetta altrettanto inquietante: CE DEAD OK. Passeranno 16 anni prima che la poliziotta confessi di aver fatto quel “lavoretto”. Non so se capiamo bene, 16 anni dopo lo viene a dire (senza nemmeno beccarsi un depistaggio).

 gli agenti delle volanti cancellano “accidentalmente” la segreteria telefonica e, altrettanto “incidentalmente” staccano la presa di corrente del computer dove aveva lavorato Simonetta e che era acceso.

Il segretario nazionale dell’Associazione italiana alberghi della gioventù era Vito Di Cesare, cognato del prefetto Riccardo Malpica, nel 1990 direttore del Sisde.

 Un colonnello del Sios (servizio segreto interno delle forze armate), che però nel ’90 lavora alla presidenza della Repubblica dichiara, a fine novembre del 1990, di aver visto arrivare un ragazzo dai modi “scortesi”, un ragazzo che cercava proprio la sede degli ostelli. A detta del colonnello il tipo entra ed esce dopo 20 minuti. Nonostante un realistico identikit e una precisa descrizione della sua autovettura, la Mobile non riesce ad identificarlo.
(Nota: come si vede, è praticamente impossibile in quel luogo, in quel quartiere, in quello stabile, entrare e uscire senza essere visti da nessuno).

Roland Voller

Alla fine del 1991 il commissariato Flaminio comunica al capo della Polizia di aver avuto da un “informatore” importanti notizie sull’omicidio di Simonetta Cesaroni. Dopo qualche mese viene fuori il nome dell’informatore. Si tratta di un certo Roland Voller, commerciante d’auto austriaco, accusato dalle forze dell’ordine del suo Paese di essere un truffatore.
Questo Voller voleva incastrare i Valle, e quasi ci riesce, al punto che il figlio dell'arch Valle, che spesso viveva con il nonno nel nobile e lussuoso condominio, viene perseguito per due anni e alla fine, esce di scena quando poi, solo nel 1994, si apprende che Voller non è solo un informatore della Polizia, ma anche lui “uomo di confine tra criminalità e servizi segreti”.

 per il Pm Pietro Catalani 
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1994/06/08/processate-valle-delitto-di-via-poma.html l' assassino di Simonetta Cesaroni non può che essere lui, il figlio dell' avvocato Raniero, il nipote dell' architetto Cesare, un ras dell' edilizia nella capitale. E Federico, per l' accusa, fu aiutato da Pietrino Vanacore, il portiere di via Poma, anche lui prosciolto.
il pm Catalani probabilmente è ancora oggi convinto della colpevolezza di Federico, aiutato a far sparire le prove, dal Vanacore.
Il processo a Federico Valle non fu mai autorizzato, per totale mancanza di indizi, e perché, Federico aveva un alibi di ferro, la testimonianza di una signora, per tutto il suo pomeriggio trascorso ion casa.
Ci chiediamo perché il Catalani abbia voluto procedere con quella foga a testa bassa pur senza uno straccio di prova contro Federico.

Gabriella Carlizzi

Nel 1995 la giornalista Gabriella Carlizzi, deceduta il 12 agosto 2010, vinta dal solito “male” incurabile, invia una lettera alla procura di Roma e rivela di aver visto uscire da via Poma, proprio il pomeriggio del 7 agosto, tre uomini dal fare concitato. Uno lo riconosce. Si tratterebbe di un “pezzo grosso” del Sisde, poi coinvolto nello scandalo dei fondi segreti. La Carlizzi ha riportato un episodio di cui è stata effettivamente testimone, oppure ha riferito qualcosa “de relato”?
(conoscendo il tipo, direi de relato ma abbastanza veritiero).

Poi le perizie sui reperti e ferite

Il famoso morso sul seno

professor Corrado Cipolla D’Abruzzo, uno dei consulenti. «Solo un criceto - ha aggiunto, mostrando in aula la foto degli atti - avrebbe potuto lasciare un morso del genere, sempre assumendo per buona l’ipotesi che quello sul capezzolo sinistro sia un morso.

Per quanto riguarda tracce ematiche e biologiche, i periti hanno confermato che di tutti i campioni analizzati è stato individuato il Dna di Simonetta, mentre su reggiseno e corpetto c’è presenza consistente di tracce di Dna di Raniero Busco e di altri due uomini.

Sui risultati della perizia è intervenuto anche Roberto Cavallone, attualmente procuratore a Sanremo, dal 2001 al 2009 titolare delle indagini del delitto di via Poma, che portò ad individuare Busco, unico indiziato di delitto: «Occorre che sia detto con chiarezza che i periti si sono limitati a valutare, e a smontare, il lavoro dei consulenti del pubblico ministero basandosi sui documenti prodotti, senza fare nuove analisi, pur essendo i reperti a loro disposizione».
(nota. non so se la precisazione sia da leggere come incompetenza dei periti precedenti o come uno stato dell'arte della situazione processuale italica).

Con il senno del poi, oggi sembra profetica la tua riflessione, fatta nel luglio del 2010, durante la presentazione del tuo libro “Via Poma. La ragazza con l’ombrellino rosa”, alla quale intervenne Carlo Lucarelli. Aveva battuto la strada della dispersione degli indizi che si sarebbero potuti raccogliere sulla scena del crimine. Dopo solo quattro giorni il PM Pietro Catalani aveva dato il permesso di togliere i sigilli dall’appartamento, permettendo agli impiegati di rientrarci e, quindi, di inquinare tutto. Non solo... aveva spiegato che la scena del crimine non poteva ridursi ai soli corpetto e reggiseno, tra l'altro conservati sovrapposti in un'unica busta, lasciano la possibilità di contaminarsi a vicenda, ma doveva necessariamente comprendere anche il sangue rinvenuto.

Quella notte del 7 agosto del 1990 negli uffici degli Ostelli della Gioventù di via Poma, dove venne ritrovata morta Simonetta Cesaroni, accadde di tutto. Un poliziotto continuò a fumare per tutto il tempo nelle stanze, una poliziotta fece uno strano disegnino e poi ci scrisse sotto CE DEAD OK, quelli della scientifica staccarono accidentalmente l’alimentatore del computer dove aveva lavorato Simonetta e lo fecero spegnere. Quella notte entrarono una quarantina di persone nella scena del crimine. Forse, prima che il corpo venisse scoperto ufficialmente da Salvatore Volponi, insieme alla sorella Paola, alla De Luca, la portiera, al figlio della portiera, al figlio di Volponi, al fidanzato di Paola, qualcun altro era entrato là dentro, dopo l’assassino. Insomma altro che scena del crimine inquinata! Direi che la scena fu alterata irrimediabilmente. Cavallone e Calò, i due magistrati che hanno riaperto il caso hanno lavorato su quello che era rimasto. Ma hanno escluso il sangue ritrovato sul lato interno della porta e sul telefono, asserendo che era inquinato. Io ho invece sostenuto nel mio libro che quel sangue era importante per capire.

 Qual è l'errore più grande, oltre alla smantellamento della scena del crimine, che è stato fatto?

Inizio dalla fine. L’errore investigativo più grande è stato quello di “innamorarsi” di certe piste, di perseguirle con accanimento, ma di tralasciarne altre. Vado avanti. Troppe cose non si sono chieste. Io posso affermare con certezza che non tutti i condomini presenti nel comprensorio di via Poma sono stati interrogati la notte del 7 agosto 1990, o nei giorni successivi. Anzi alcuni non sono mai stati ascoltati. Non si è cercato nei cassonetti intorno a via Poma dove l’assassino potrebbe aver abbandonato il fagotto sporco di sangue contenente gli abiti di Simonetta; non si è cercato nelle esili tracce di ripulitura se oltre al sangue di Simonetta vi fosse anche quello dell’assassino. Io sono certo che l’assassino si sia ferito, sia stato ferito dalla vittima (forse con il tagliacarte) o abbia avuto un episodio di epistassi (di perdita di sangue dal naso); non si sono cercate con il luminol tracce di sangue sul famoso tagliacarte… 

Cinzia Marchegiani  intervista a Igor Patruno (giornalista e autore del libro Via Poma. La ragazza con l'ombrellino rosa)

Ora, veniamo al servizio pubblico e a Chi l'ha visto?

Primo punto, il caso Cesaroni, non è un caso di sparizione ma di omicidio, di cui il programma non dovrebbe occuparsi anche per non ingenerare confusione tra scomparse e altri eventi. Inoltre, su questi casi di omicidio, ci sono decine di programmi che ne trattano, con tempi e modi idonei.

Invece, nel corso degli anni se ne è occupato e come! E non è che non sono stati introdotti i fatti che riguardano le attività dei servizi o para servizi nello stabile e in quelli vicini, nè dei molti punti cui si è fatto cenno sopra, il punto è che questi punti sono saltati fuori a distanza di decenni dal fatto, e per chi svolge una attività di servizio pubblico, dovrebbe averne svelato alcuni molto tempo prima. 
Quindi, inutile parlarne a tempo scaduto. Poi, parlarne con un continuo sbriciolio di pezzetti di puntate, di anno in anno, serve solo a mantenere l'audience, il famoso share, ma non ha fare chiarezza nello spettatore o ascoltatore.

Basta leggere quanto scritto sopra, per poter mandare a spigare le centinaia di ore che chi l'ha visto ha dedicato al caso.



Patruno non accenna nel programma al problema chiavi, non sono mai state trovate le chiavi dell'ufficio in possesso di Simonetta, né il problema agenda di Simonetta, ma accenna al problema rullini, molto importante.
Nota: il Dna test inizia proprio in questi mesi, e il caso è il primo caso mediatico con test del dna, che viene fatto a molti personaggi.
La porta non presentava effrazioni, era chiusa a chiave, cioè qualcuno forse lo stesso autore del crimine, aveva richiuso a chiave e per inciso, anche la porta, esternamente presentava tracce di sangue, viene tolta dai cardini e sequestrata.
Patruno non ci dice della vera società di Simonetta, la Reli sas, che si occupava di amministrazioni e paghe e contributi, compreso la Aig gli ostelli. Ma non lavorava per l'Ass. degli ostelli, come erroneamente detto.

Poi, su Volponi, uno dei due titolari della società Reli:
Di tutti i lati oscuri dell'omicidio di Simonetta Cesaroni, quello meno esplorato è la società per la quale la ragazza lavorava. La «Reli sas» di Salvatore Volponi e di Ermanno Bizzocchi, aveva sede al Casilino in via Maggi. Una società di servizio che gestiva la contabilità per vari clienti. Tra questi l'A.I.A.G., l'associazione per gli alberghi della gioventù, sede in via Poma 2 al terzo piano, al quartiere Prati. Dall'altra parte della città. 
Quel 7 agosto non era la prima volta che Simonetta Cesaroni andava a lavorare nell'ufficio degli alberghi della gioventù. Due volte a settimana, come risulta dagli accertamenti svolti dagli investigatori.
Eppure, Simonetta non racconta a nessuno dei suoi familiari la circostanza. Non solo. Salvatore Volponi la sera del 7 agosto, quando Paola Cesaroni lo chiama per sapere dove sia la sorella afferma di non saperlo. Si decide a parlare solo dopo le insistenze e la minaccia di chiamare la polizia. 
E Salvatore Volponi quando arriva in via Poma con i familiari di Simonetta, in quell'ufficio che «non sapeva dove fosse» si rivolge alla portiera, Giuseppa De Luca, moglie di Vanacore, e le dice «Non si ricorda di me?». Volponi aveva quindi mentito a Paola. Volponi tace su molti dettagli del lavoro di Simonetta. Sono le testimonianze delle colleghe che confermano. Infatti, la mattina del 7 agosto Simonetta è nella sede della Reli in via Maggi. È lì per discutere con Volponi delle sue ferie.
In quell'occasione il datore di lavoro comunica a Simonetta che nel pomeriggio deve recarsi nell'ufficio di via Poma. Poi come d'abitudine si sentiranno al telefono verso le 18,30. La telefonata non ci sarà, ma Volponi non si allarma. Almeno questo sembra accadere. La conferma della presenza frequente di Simonetta in via Poma, arriva con le testimonianza di una dipendente dell'Aiag, Anita Baldi. 
La donna ha sostenuto davanti al pm Cavallone che era l'avvocato Francesco Caracciolo di Sarno, presidente degli alberghi della gioventù, a chiedere che Simonetta Cesaroni lavorasse presso di loro. Da sola, aveva lavorato in via Poma il 31 luglio, il giovedì 2 e il giorno successivo 3 agosto. Trascorso il fine settimana, il martedì 7 agosto, Simonetta Cesaroni era tornata nella sede degli alberghi della gioventù. Volponi tra l'altro sa molte cose su Simonetta. Cose che non riferisce a nessuno. Né agli investigatori né ai familiari. Lo farà dieci anni dopo in un libro dove rivela che Simonetta a quel tempo frequentava un altro ragazzo. Chiamato a riferire ai magistrati liquiderà l'episodio con un «pensavo non fosse importante».
L'attività di Simonetta nell'ufficio di via Poma era rimasta sempre nebulosa. Così come nebulosa è la figura di Francesco Caracciolo di Sarno, titolare di una fattoria nella Bassa Sabina, la tenuta Tarano ora trasformata in un agriturismo. Quel 7 agosto Caracciolo ufficialmente era in campagna. L'avvocato non ama la pubblicità. A una giornalista del settimanale «Oggi» che riesce a incontrarlo nel giugno scorso, Francesco Caracciolo dichiara: «Dica che non ci sono più». Di fatto vive come un eremita. Eppure qualcuno telefonò all'utenza del suo fattore, Mario Macinati, nel pomeriggio del 7 agosto e poi la sera, prima del ritrovamento del cadavere di Simonetta. Due telefonate partite dall'ufficio di via Poma. Due telefonate che si ricollegano alla famosa «agendina Lavazza» di proprietà di Pietrino Vanacore rinvenuta dalla polizia nell'appartamento del delitto.
Il conte Francesco Caracciolo resta così nell'oblio delle indagini e nella ambiguità sospetta di contatti con i servizi segreti. Infatti l'azienda che ha fornito il software per la gestione contabile del computer sul quale lavora Simonetta è di una società collegata ai servizi segreti.

Via Poma, Menicocci: "Volponi sapeva dove erano gli uffici Aiag"

La Insirio spa è anche la ditta chiamata dai magistrati a fare la perizia su quel computer. Francesco Caracciolo ha sicuramente buoni contatti e rapporti nei posti che contano. Riesce a far ripulire l'appartamento da una ditta specializzata appena cinque giorni dopo l'omicidio. Una pulizia a fondo. In assenza di Luminor, lo speciale mezzo per rilevare tracce di sangue, all'epoca diviene impossibile trovare elementi ematici. Non solo. Alla fine di quell'anno maledetto, Francesco Caracciolo decide di trasferire la sede dell'Aiag. Vende i vecchi mobili, e nessuno sa dove siano finiti.
Poi Petrino Vanacore, il povero portiere dello stabile.
Era l'uomo più facilmente attaccabile e infatti fu poi subito trasferito in carcere perché gravemente indiziato. Ecco che i titoli dei giornali si scatenano, del tipo, l'alibi vacilla, un insospettabile eccetera.
Le macchie di sangue sui suoi calzoni non sono di Simonetta, in quanto è sangue con materiale fecale, proveniente da emorroidi, come asserito dal Vanacore,
Non può spiegare esattamente dove si trova al momento della morte si Simonetta, e la cosa e difficile lo capiamo, perché essendo il portiere e fiduciario di molti condomini, si spostava lungo il condominio per varie attività.
Il vecchio ing. Valle purtroppo non conferma la presenza del Vanacore alle 18,30 al suo appartamento, ma poi cerca di confermare, ma insomma, è un pasticcetto.
Comunque Vanacore viene rimesso in libertà.
Le indagini del capo della squadra mobile accertano un suo passato dove la figlia, al telefono, intercettata, dice di essersene andata via di casa perché il padre la molestava. Il vanacore inoltre ha al momento una relazione extra coniugale (dato che per me è tranquillizzante e non colpevolizzante).
Quindi il passato del Vanacore viene scandagliato in profondità e emergono tratti di molestie sulla figlia, o meglio di attenzioni eccessive. Ma basta questo dato per rendere torbida come si è detto la vita del Vanacore? Forse si, ma non basta per renderlo un sospettabile. Rivolgere attenzioni poi non è mai stato chiarito fino a che punto, quindi, il modo migliore sarebbe stato di farmi ascoltare una bella deposizione a processo, della figlia, allora mi convinco un poco di più.
Per il tribunale della libertà, i dubbi persistono ma le prove non sono sufficienti a tenerlo in carcere. Capite come lo hanno rimesso in libertà, con sul collo un giudizio tremendo di persona indiziabile, con precedenti interessanti.
Ora, chiediamoci quando mai il Vanacore ha condotto reati sessuali o notizie di molestie sessuali esplicite su donne giovani (a parte la questione figlia, che come detto per me non vale nulla, perché deve dirmi le cose in aula)?
Insomma, poi c'è una differenza notevole tra molestie sessuali e coltellate furiose contro una ragazza inerme, che non si è difesa per nulla.

Ma eccolo rientrare come accusato, in quanto favoreggiatore del vero presunto colpevole, Federico Valle. Alla fine, liberato Federico viene liberato ma solo in parte, perché i sospetti restano, anche il Vanacore.
ROMA (9 marzo) - Pietrino Vanacore, il portiere di via Poma dove � stata uccisa Simonetta Cesaroni, si � suicidato: la notizia � stata diffusa dal Tg5. Vanacore avrebbe dovuto deporre il prossimo 12 marzo nel processo in corso a Roma nel quale è imputato Raniero Busco, ex fidanzato della Cesaroni.
Il cadavere è stato trovato in mare, nella acque antistanti Torre Ovo, nella marina di Maruggio, con una corda legata a una caviglia e ancorata a un albero che si trova sulla riva. Sul posto sono intervenuti carabinieri e polizia. Vanacore - è stato confermato dagli investigatori - ha lasciato in auto due biglietti, uno nell'abitacolo e uno fissato dal tergicristallo sul parabrezza, con la scritta «20 anni di sofferenze e di sospetti ti portano al suicidio».


Raniero Busco

Scagionati ed usciti di scena tutti i precedenti sospetti, chi potrebbe essere l'autore del crimine, dovuto a una rabbia cieca?
Il fidanzato, Raniero Busco, ultimo ad entrare in scena sempre per via delle questioni tracce di sangue,
Insomma, il sangue è stato utilizzato come protagonista della soluzione del caso ma si è rivelato un nulla di fatto.
Busco era subito stato interrogato fino a notte fonda con un verbale firmato a margine e non in fondo. Il suo alibi era che stava a riparare una auto del fratello, confermasto da 3 vicine di casa, tutte e 3 indagate per falsa testimonianza.
Con raniero, si è detto prima della saliva, sul reggiseno, ma essendo fidanzato sembra tutto normale, sappiamo che i fidanzati si attaccano al seno delle fidanzate. Poi il morso, che il professore d'Abruzzo dice essere quello di un roditore, perché troppo stretto.
Infine, si parla di una gocciolina di sangue, quasi un nulla, sul reggiseno, ma anche qui, la traccia è troppo esile per portare a Raniero, che ne uscirà totalmente scagionato nel 2014, dopo tre processi, il primo, era colpevole, poi non colpevole, e infine non colpevole definitivo. (pare, ma sappiamo che la giustizia non si ferma mai e chissà...).
Aggiungo che i reperti furono poi messi in una busta assieme, con ovvia contaminazione.

Le scarpe, ben allineate accostate alla parete, i mobili a posto

L'azione inizia con una relazione pacifica, forse aperta a un incontro anche con sesso, anche la biancheria intima era molto civettuala, forse appunto in previsione di un incontro anche erotico.
Poi, non si capisce perché, l'uomo perde di colpo la calma ed esplode in una rabbia cieca, come sappiamo, il tutto in un contenimento dell'azione in due tre metri quadrati, senza sporcare e tirare all'aria la stanza.
Non c'è nemmeno un overkilling in senso stretto, ma una furia che denota uno spostamento dalla originaria azione sessuale a quella omicidiaria, e teniamo conto che molti colpi sono stati sferrati alle parti sessuali.





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