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Lavoro nei servizi pubblici a scadenza programmata

Si sente tanto parlare di reddito di cittadinanza,salari d'ingresso, vaucher, punti premi, banche del tempo, del lavoro, delle file etc. 
Insomma, siamo a riferirci a metodi che presuppongono una condivisione di
risultati e mezzi, diciamo dall'alto (reddito di cittadinanza, che propriamente non può essere denominato reddito, in quanto è reddito una forma di attività che non consiste nella mera sopravvivenza dei cittadini: meglio sarebbe chiamarlo sussidio o assegno di cittadinanza) e dal basso, tipicamente le banche del tempo (esistono sempre?), dove c'è una relazione diretta tra un fare e un ricevere gomito a gomito.
Non si parla più dei famigerati Lavori socialmente utili?
Si noti che in sociologia si è da più parti criticata la definizione e denominazione di lavori socialmente utili, in quanto il lavoro, è una qualche attività che di per sé è, ripetiamo, è socialmente utile, per quanto sembri astrusa e inutile.
Quindi, lavori socialmente utili è un non sense, ovvero una duplicazione del termine socialmente utile, come dire, attività lavorative socialmente utili socialmente, è chiaro?

Da più parti ormai si dice che le nostre società quasi post industriali, ma non del tutto, e siamo a volte ben lontani da essere post, prevedono un numero sempre crescente di diplomati universitari e laureati, destinati a coprire posti di lavoro nel settore dei servizi pubblici, che di fatto non sono esistenti nelle misure che le università sono in grado di sfornare.
Per inciso, quando eravamo alle scuole superiori già ci lavavano la testa con discorsi sul futuro, nel senso che il problema sarebbe stato la noia, perché grazie all'introduzione dei computer, si sarebbe prodotto quello che serviva con poco lavoro. E in parte questo è accaduto: basta pensare alla burocrazia pubblica, dove una persona, da sola può fare il lavoro di 4-5 persone di 40 anni fa. Ovviamente non si è ridotto nemmeno un posto, perché la gente vuole entrare nella macchina, non capendo che questo è il metodo per fregarsi da soli.

Siccome poi da più parti si vorrebbe che uno con la sua bella laurea si trovi un bel lavoro in qualche faccenda pagata dal pubblico, e per tutta la vita, e questa situazione, da più parti (economisti e sociologi in primis) è ritenuta del tutto irrealistica, e non cambia se si considera la situazione denominata -doppio binario- che si riferisce a tutte quelle situazioni in cui qualcuno che non entra direttamente in busta paga del pubblico ma lavora in contratto o in out sourcing, e altre decine e decine di forme per dire che uno lavora per committenti pubblici ma non alle sue dipendenze dirette, si dovrebbe prendere in considerazione una strada molto, ma molto più realistica e pratica. Eccola:

anziché far fare bandi, selezioni e altre diavolerie, che poi sappiamo sono soggette ampiamente a distorsioni e a truffette varie (basterebbe seguirne dieci scelte a caso, per scoprire tutto il giro di marcio che c'è, ma nessuno lo fa, lo sappiamo tutti), oppure vedere le coartazioni delle libertà di scelte, in cui gli individui sono costretti spesso a entrare nella tale cooperativa (gestita dai soliti personaggi legati ad ambienti politici, sindacali e a volte anche un pochetto peggio, ma non tanto), 
si consiglia alle società dell'occidente europeo del mediterraneo (Spagna, Italia, Portogallo, Grecia e qualcuno vorrebbe dire che la Turchia è Europa, ma geograficamente purtroppo è in Africa), di provvedere a ricoprire posti e posizioni dei servizi pubblici con laureati e figure professionali specialistiche a tempo prefissato, vale a dire con scadenza programmata, come quella di un prosciutto o di un formaggino.

Un esempio: Franco si è laureato in medicina, iscritto all'ordine dei medici, ha terminato la specializzazione e entro tre anni viene chiamato da un gestore di servizi pubblici (diretto o indiretto, conta che i soldi siano pagati dal pubblico per il servizio reso), che dopo un periodo di prova, lo assume per tre anni o cinque anni. 
Al termine, il nostro Franco, con il suo curriculum, si renderà nuovamente libero, e sarà inserito in una nuova lista in attesa di essere assunto entro tre anni.
Come si vede, il prosciutto, una volta scaduto va buttato via,mentre il nostro medico è solo dismesso, ma può e deve essere richiamato entro tre anni per altri anni di lavoro.

Proprio in questo settore dei servizi sanitari, si dovrebbe lasciare più libera la concorrenza tra i professionisti, impedendo l'esercizio di attività professionali dentro le strutture mediche, a meno che non si lascino fare a chiunque voglia farlo, disponendo dei titoli, e con libertà di tariffe.

Solo questa osservazione permetterebbe risparmi sotto forma di tempi di attesa e di tariffe, attorno ai 3 miliardi (e sputiamoci sopra, di questi tempi). Pensate, un terzo delle perdite delle banche e banchette di questi tempi, sarebbe ripreso ognio anno da questa previsione di proibire le attività intra ed extra moenia, oppure di aprirle ma realmente a tutti coloro che ne abbiano titoli e voglia di esercitarle anche dentro le strutture pubbliche.
Ma c'è un fatto in più: la giustizia sociale, il senso di non essere una merda, che non può che limitarsi a guardare i soliti colleghi, entrare e uscire da cliniche e ambulatori pubblici, portandosi anche  poi in quelli privati, in convenzione allargata (cosiddetta extramoenia allargata), che significa che visito con il ricettario della asl o della regione, sotto casa mia.
Poi sempre con invidia e con il groppo alla gola, li vediamo uscire ed andare a cena con gli amici della tale associazione di benefattori o di massoni.

Alla prossima.


Roberta Bernardeschi è la segretaria del DIRER Lazio, il sindacato che raccoglie i dirigenti delle Regioni e degli enti similari. Il disincanto romano può forse dire molto sul piano inclinato imboccato da ampi settori dell’amministrazione pubblica. Una vita in Regione Lazio, dal 1972 al 2010, oggi da pensionata la Bernardeschi si occupa delle problematiche della P.A. a tempo pieno. Marra fu direttore del personale della Regione Lazio, allora governata dalla giunta di destra guidata da Renata Polverini, dal 2011 al 2013.
In che senso nei corridoi della Regione Lazio questa è cronaca ordinaria?
“Da quando nel 2001 hanno abolito i controlli commissariali del governo sull’attività delle Regioni, è aumentato il ricorso a personale esterno. E la forzatura delle procedure è diventata norma. A partire dai requisiti del candidato a un posto dirigenziale”.
In che senso forzature?
“La procedura standard prevede che un bando debba indicare il numero di posti messi a concorso, l’attività da svolgere, i requisiti uguali per tutti, l’assenza di condanne penali e, dove possibile, il ricorso a personale interno all’ente”.
E invece?
“Intanto si stabilisce che il personale interno non ha i requisiti sufficienti per accedere a quel posto. Poi i requisiti sono ballerini, e consentono in pratica vestiti su misura. Si chiama l’amico di corrente, il conoscente, il compagno di cordata”.
E voi non avete denunciato questi casi?
“Altrochè! Ma nel frattempo che si completi un iter giuridico amministrativo, il Tar, il Consiglio di Stato e quant’altro, la legislatura è finita e si fa un altro giro!”.
Tornando a Marra, com’erano i suoi requisiti?
“Nella media. C’erano candidati con requisiti oggettivamente migliori dei suoi. Ma la valutazione comparativa dei curriculum è scomparsa, non esiste più. Marra certamente non aveva 5 anni di esperienza precedente di direzione del personale, ad esempio. Un requisito indispensabile per ricoprire un incarico apicale come quello di direttore del personale”.
Marra come si comportò da capo del personale in Regione Lazio?
“Intanto guardava i fascicoli personali dei dipendenti. Addirittura arrivò a far licenziare una dirigente sostenendo che non aveva i requisiti in regola”.
E perché?
“Perché si era permessa di fare domanda per un posto di area sanitaria in cui era ospite non invitata…”.
Raffaele Marra arriva in Regione Lazio nel luglio 2011. Ha 39 anni. Proviene dallo staff del ministro dell’agricoltura Gianni Alemanno, al quale è stato presentato da monsignor Giovanni D’Ercole, allora vescovo ausiliario dell’Aquila. È stato ufficiale della Guardia di Finanza e poi, dallo staff di Alemanno, finisce a fare il dirigente all’UNIRE, l’Unione nazionale incremento razze equine. Ma darsi all’ippica in tempi d’ippica morente non dev’essere sembrato un grande affare.
Allora Raffaele Marra segue Alemanno (eletto sindaco nell’aprile 2008) al Comune di Roma, diventando capo dipartimento del patrimonio e della casa. Passano due anni e nel 2010 ritroviamo il nostro accanto al direttore generale della Rai Mauro Masi. Altra ruota, altro giro, dopo qualche mese Marra arriva in Regione Lazio, dove il 16 aprile 2010 Renata Polverini dopo aver vinto le elezioni ha insediato una giunta di centrodestra.
Al momento di nominare il capo della direzione Organizzazione Personale, Demanio e Patrimonio la giunta Polverini punta decisamente su Marra per quel posto. Solo che l’ex ufficiale non fa parte dell’organigramma, quindi sarebbe un esterno. Allora la Polverini nomina una commissione di tre esperti esterni per valutare le domande e i curriculum presentati per quel posto come per le altre 20 direzioni regionali (deliberazione n.268 dell’11 maggio 2010). Si legge nel documento di invito formale a fornire deduzioni redatto dalla Procura Generale del Lazio presso la Corte dei Conti (istruttoria 2011/01340 del 18 marzo 2016) che questa commissione confermava “il non possesso da parte del concorrente delle specifiche capacità relative alle competenze proprie della struttura da assegnare”.
Cioè Raffaele Marra non aveva i requisiti per essere nominato capo del personale della Regione Lazio. E a dirlo è stata una commissione di esperti appositamente nominati dalla stessa governatrice Renata Polverini. Commissione formata da presidente, segretario e altri due componenti e pagata 40mila euro (determinazione di giunta del 29 marzo 2011). Dopodiché la giunta è andata contro il parere di questa commissione e ha nominato Raffaele Marra direttore regionale per quanto concerne l’organizzazione del personale, il demanio e il patrimonio (deliberazione n. 308 del 24 giugno 2011).
Dunque il nostro entra finalmente nel suo ufficio da dirigente nel luglio 2011 e ne esce nell’aprile 2013. Nel frattempo è costato 307.510,45 euro che è l’ammontare del danno erariale di cui la Polverini è chiamata a rispondere dalla Corte dei Conti (oltre a 16.586,88 euro di spese legali).
E Marra? Nel febbraio 2013 ci sono state le elezioni politiche che hanno sancito il trionfo del Movimento 5 Stelle. Siccome le vie della politica italiana sono più infinite di quelle del Signore, l’ex Fiamma Gialla annusa il vento che tira ed entra nel giro dei pentastellati capitolini, in cui confluisce un mondo legato alla destra romana. Ma questa, come scriverebbe Kipling, è un’altra storia…

Aggiungo solo che la storia di Marra è quella di tantissime altre figure professionali nella macchina del sistema pubblico, senza entrare nel bene o male della questione.

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